Controre

La crosta della ferita, della controra.
L’ostinazione delle unghie.
Il lungo profilarsi di un’apparizione.

Domenico Brancale
Controre
le Ginestre

Bastava l’assenso
il tuo capo reclino verso il qui lontano
impediva il confronto

l’inconfessabile sui tuoi lobi
staccati dal
predetto

sudore di canto a venire

parlavo la tua stessa lingua incompresa

come se potessimo ancora dire
è possibile resisterle

È senza dubbio postuma la collocazione di queste pagine nate nelle ore del rimedio, dello scarto, della controra. Frammenti, prose liriche, versi, dichiarazioni, corrispondenze, dialoghi dove il tempo non passa più , perché sembrano non esserci più direzioni da considerare, se non quelle dell’attenzione.
Di cosa dunque si tratta, a leggere più a fondo? Una sorta di diario intimo, nel cuore dell’esistenza e dunque nel suo esilio più profondo, nella possibilità del silenzio indecifrabile. Un libro che non pone la parola fine al ripensamento, alla contraddizione.
Ogni pagina aperta sul passato a venire, un vuoto preso in parola in cui la voce è sul punto di sussurrare quello che detta la scrittura. Scrittura che disseppellisce e nello stesso tempo s’interra attraverso le crepe che l’hanno generata, e in queste crepe si possono scorgere alcuni alleati sostanziali dello sguardo parlante del poeta, gli artisti, figure evocate in più passaggi: da Barcelò a Vedova, da Cerone a Parmiggiani, come fossero macerie o stelle. Scrivere allora diventa «un mestiere d’ignoranza» dove ignorare non vuol dire altro che esercitarsi in una scrittura della voce la cui la tensione sta nel respiro del sangue.

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