Labambina

Una storia tra verità e invenzione sul rifiuto del diverso nell’Europa dei nostri giorni.
Un romanzo in cui la forza espressiva del linguaggio mima di continuo la violenza del gesto

mariella mehr

Mariella Mehr
Labambina
Traduzione di Anna Ruchat
le Stellefilanti romanzi

Mariella Mehr è nata Zurigo da madre zingara di ceppo Jenische. Come molti altri figli del popolo nomade nati in quegli anni in Svizzera e in Svezia, la Mehr fu vittima dell’iniziativa di sedentarizzazione forzata del popolo zingaro organizzata dall’ «Opera di soccorso per i bambini di strada». Già nella primissima infanzia fu strappata alla madre per essere consegnata a famiglie affidatarie, orfanotrofi, istituti psichiatrici, in quanto la rottura totale tra il bambino e il suo universo familiare era ritenuta condizione indispensabile per l’estirpazione del fenomeno zingaro (dal 1926 al 1972 furono 600 i bambini sottratti a forza alle loro famiglie nell’ambito di un programma che doveva plasmarli secondo i modelli della società sedentaria). È da questa esperienza di sradicamento, segregazione e colpevolizzazione che nascono tutte le opere della Mehr e in particolare i romanzi della “trilogia della violenza” di cui Labambina fa parte. Se c’è un fondo autobiografico in questo romanzo, esso non sta tuttavia nella vicenda narrata ma nelle modalità di interazione tra i personaggi e in particolare nella relazione primaria della bambina con il mondo: «Non ha nome, Labambina». Senza nome e senza parola, all’inizio una voragine priva di contorni perché priva di storia, Labambina adottata in un villaggio anch’esso senza nome, è il centro durissimo, il nucleo di pietra di questo romanzo. Una situazione di sopruso reiterato in cui la violenza, quella fisica e quella psicologica, è l’unico elemento dinamico in grado di provocare episodici contatti tra la vittima e i suoi carnefici. Sembra quasi che Labambina, con la sua presenza aspra e non archiviabile sia in grado di far riemergere, in alcune di quelle individualità spente, una traccia di tenerezza , di far riacquistare loro il movimento perduto. Ma la sopraffazione prevale, la coralità bigotta del villaggio riassorbe ogni tentativo di sottrarsi al gruppo e restituisce alla scena quella circolarità vuota che respinge tutto ciò che non si adegua.

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