Mariella Mehr

· Accusata
· Labambina
· Notizie dall’esilio
· San Colombano e attesa


Io nomade, vittima della pulizia sociale svizzera
I libri di Mariella Mehr: sottratta alla famiglia come altri 6oo piccoli rom
[Paolo di Stefano, Corriere della Sera]

Mariella Mehr è nata a Zurigo nel 1947. Di etnia Jenisch, ha subito persecuzioni in nome del programma eugenetico promosso dal governo svizzero nei confronti dei figli appartenenti a famiglie nomadi. Da bambina piccolissima fu sottratta alla madre e assegnata in periodi diversi a varie famiglie e a tre istituzioni educative. Lo stesso accadde quando fu lei a diciotto anni ad avere un figlio, che le fu tolto. La rabbia contro le istituzioni sviluppò in lei uno spirito ribelle che la condusse a subire quattro ricoveri in ospedali psichiatrici e quasi due anni di carcere femminile. Dal 1975, come giornalista, ha scritto molti articoli
di denuncia. Ha pubblicato diversi romanzi e quattro libri di poesia. In traduzione italiana: il libro autobiografico Silviasilviosilvana (Guaraldi 1995), i romanzi Il marchio (Tufani 2001), Labambina (Effigie 2006) e Accusata (Effigie 2008), le raccolte poetiche Notizie dall’esilio (Effigie 2006), San Colombano e attesa (Effigie 2010); l’antologia Ognuno incatenato alla sua ora (Einaudi 2014).

·

:::
casa editrice effigie la poesia

:::
casa editrice effigie il catalogo

Advertisements

Tag: , , , , , , , , ,

Una Risposta to “Mariella Mehr”

  1. Eugenismi | direfarebaciare Says:

    […] «Fosse stato per il sindaco i Rom li avrebbe messi sopra un treno e mandati via». Sono parole di un primo cittadino già membro della Commissione etica del Partito democratico che, nel 2008, parlava di sé in terza persona. L’anno prima, lo stesso sindaco – un dirigente scolastico – aveva sentenziato che «nessuno di questi bambini verrà prossimamente inserito nelle scuole perché farlo costituirebbe un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio», disdegnando così la Costituzione, i diritti universali dei minori nonché il buonsenso. Un popolo “di troppo” si aggira per l’Europa e anche a sinistra c’è stato chi sconsideratamente ha alluso a deportazioni e a «soluzioni finali». Dopo aver messo in soffitta Gramsci, Berlinguer, Dossetti, De Gasperi e La Pira qualcuno sembra rispolverare l’inglese Francis Galton, inventore dell’eugenetica, e l’americano Madison Grant, antropologo e autore di The passing of the Great Race, definito da Hitler «la mia Bibbia». E forse non a caso «il primo programma di sterilizzazione eugenetica in Germania ricalcò l’esempio della legge sulla sterilizzazione del 1907 dello stato dell’Indiana», come ha lamentato Mario Cavatore nella nota finale al suo bel romanzo Il seminatore (Einaudi, 2004). Nella Germania nazista gli zingari erano considerati l’emblema dell’asocialità. Dal 1936 sono stati equiparati agli ebrei. La sterilizzazione era obbligatoria per le persone affette da frenesia congenita, schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva, epilessia ereditaria, ballo di san Vito ereditario, cecità ereditaria, sordità ereditaria, grave deformità fisica ereditaria, alcolismo grave. Verso la metà del 1935, vennero proibiti i matrimoni e qualsiasi contatto sessuale tra ebrei e tedeschi. La legge «per la salute coniugale» voleva impedire «la degenerazione del patrimonio genetico» a partire da una delle malattie ereditarie indicate dalla legge sulla sterilizzazione. Più di 500mila zingari sono morti nei lager nazisti di Auschwitz e Treblinka (erano anche usati come cavie negli esperimenti scientifici) e in quelli balcanici di Jasenovac in Croazia e di Semlin presso Belgrado; un numero imprecisato è stato ucciso al momento della cattura. In Romania nel biennio 1941-42 il governo filonazista di Ion Antonescu ha deportato 25.000 zingari in Transdniestria, una regione tra la Moldavia e l’Ucraina sovietica occupata dai tedeschi. In pochi hanno fatto ritorno. Durante la seconda Guerra mondiale, almeno 700mila zingari sono stati uccisi, il 70 per cento dell’intera popolazione. I Rom serbi la chiamano Porajmos, la Shoah tzigana. All’epoca nessuno si oppose al genocidio né prima alle discriminazioni o al razzismo. D’altronde, discriminazioni, violenze e sterilizzazioni coatte proseguono, e non solo per gli zingari, ben oltre il nazismo e la legge «sulla sterilizzazione» e sulla «salute coniugale». Dal 1935 al 1975, nella democratica Svezia hanno forzatamente sterilizzato 230mila persone, il 90 per cento donne; successivamente e fino al 1996 (anno in cui la legge fu finalmente abolita) veniva richiesto il consenso degli interessati, un consenso spesso ottenuto con il ricatto dell’esclusione dal programma di assistenza sociale. Tra il 1922 e il 1984, nelle Residential Schools cattoliche del Canada i bambini appartenenti alle comunità native erano frequentemente sottoposti a violenze fisiche, abusi sessuali, sterilizzazioni che hanno causato la morte di oltre 50mila minori. Tra il 1907 e il 1973, negli Stati Uniti, sono stati menomati 8mila donne e 16mila uomini (al processo di Norimberga la sterilizzazione di massa non venne inclusa tra i crimini di guerra). Dal 1948 al 1996 in Giappone è stato fatto ricorso alla sterilizzazione forzata a scopo eugenistico. Ancora oggi e dal 1995, in Cina una legge promuove l’eugenetica di Stato, mentre in Francia si sono registrate 15mila recenti sterilizzazioni coatte presso i manicomi, così come in Spagna, e in Austria dove l’ha subita il 70 per cento delle donne con disturbi psichici. Dal 1926 al 1974, in Svizzera, 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate. L’operazione Kinder der Landstrasse si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro». Questa attività ebbe fra le ultime vittime la grande poetessa Mariella Mehr, sottratta bambina alla madre; come la madre e la nonna anche Mariella ha subito l’allontanamento del figlio ed è stata resa sterile: un tormentato percorso tra orfanotrofi, istituti psichiatrici, violenze, stupri, elettroshock di cui troviamo traccia nei romanzi della “trilogia della violenza” (Il marchio, Labambina, Accusata). Visioni distorte ed errori comuni in larga parte dell’Italia, a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta. Sono decenni in cui assistiamo al lento processo di sedentarizzazione e di perdita delle identità culturali zigane, percorso che porterà al progressivo avvicinamento alle città degli zingari italiani e balcanici (croati, macedoni, bosniaci, serbi, montenegrini, kosovari fuggiti in Italia dopo la presa del potere da parte di Tito in Jugoslavia e di nuovo negli anni Novanta per salvarsi dal conflitto), con la ghettizzazione in enormi periferici «campi per i nomadi», ovvero aberranti luoghi di convivenza forzata, che hanno limitato i processi di inclusione e il pieno accesso al sistema dei diritti. Una grande occasione sprecata. Finita l’epoca romantica del nomade giostraio o dedito al riciclo dei materiali di recupero, si sarebbe dovuto investire su scuola e lavoro, e su patti di reciprocità. Invece hanno avuto spazio i pregiudizi e i processi di marginalizzazione più autodistruttivi (nei campi si registrano forme elevate di tossicodipendenza).
 La strategia del rifiuto e dell’abbandono, insieme allo sgombero dei campi senza nessun paracadute, può solo spostare il problema, poiché spinge Sinti e Rom a marce forzate tra i «perdenti radicali» di cui ci ha parlato Enzensberger (Il perdente radicale, Einaudi 2007), con il pericolo di vederli reclutati dalla criminalità comune, quando andrebbe favorita l’ascesa in Europa di una élite culturale zingara che desse loro voce, quella stessa élite più volte invocata da Mariella Mehr. […]

I commenti sono chiusi.