Le regole del viaggio

Le regole del viaggio
è nella terna finalista del Premio Città di Arenzano 2017

Per riavermi disperdo e finisco nel bosco
ogni dolore tramutandolo in apparente bene
che possa rasserenarmi.

Andrea Gibellini
Le regole del viaggio
le Ginestre

La natura ha grandi foglie
puoi toccarle bagnate dalla pioggia
con le mani. Sono verdi e giganti
hanno una mappa di venature
al loro interno come un araldico arazzo.
Ma spostando le fronde con la lama
appuntita di un conquistador sento
il battito spaventato di un pettirosso che lungamente
assiepatosi su un rametto prende il cielo svolando
azzurrissimo, irreale, fuori da ogni età
e imprevisti di viaggio.

Le regole del viaggio di Andrea Gibellini sono un passaggio definitivo verso quella consapevolezza poetica d’immagini liriche che aveva caratterizzato i suoi due precedenti libri Le ossa di Bering e La felicità improvvisa.
Qui una sfasatura temporale di situazioni poetiche entra nelle regole della vita di ognuno di noi e determina un orizzonte di sguardi che sfuggono, con orgoglio e ironia, dalla stasi dell’ordinario. La lingua della poesia, nel contatto con la natura e con i suoi colori, nella scoperta di un evento poetico, a volte pare ancora di più affilarsi con un incedere metallico: è l’istante, la sua incandescente ed essenziale promessa che dovrebbe resistere ad ogni cosa avversa, la vera sfida di questa poesia.
Il paesaggio che sappiamo emiliano, di fiumi e di pianure e di brevi colline all’orizzonte, assume contorni quasi fantastici; gli animali che lo abitano diventano esseri con manifestazioni preveggenti.
Si richiamano i nomi di poeti, Brecht, Fortini, Bandini, fino al più giovane Remo Pagnanelli, come fossero i Lari magici di un percorso poetico, di un viaggio che non vuole vedere, con istintiva ostinazione (e chi è la figura-persona che intesse i versi sempre in caccia di una sorgente emotiva…), la propria fine.
Su questa luce lirica e allo stesso tempo onirica e di canto che attraversa le cose e il paesaggio, si instaura una dimensione poetica mai reclusa dove la realtà è scossa da una immaginazione che vuole divenire finalmente libera e indelebile.

Le regole del viaggio
è stato scelto per la terna finalista del Premio Castello di Villalta Poesia 2016

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Andrea Gibellini (Sassuolo, 1965). Ha pubblicato: Le ossa di Bering (Nce, 1993), La felicità improvvisa (Jaca Book, 2001, “Premio Montale”).
Suoi testi poetici e scritti sulla poesia sono apparsi su “Nuovi Argomenti”, “Antologia Vieusseux”, “La Rivista dei Libri”, “Poesia”, “Oxford Poetry”, “Agenda”, “Poetry Review”. Ha curato un volume della rivista “Panta” dedicato alla poesia (Bompiani, 1999) e l’almanacco Stagione di poesia (Marsilio 2002). Per le Edizioni L’Obliquo è il saggio Ricercando Auden (2003). Sue poesie sono state pubblicate nell’ “Almanacco dello specchio” (Mondadori, 2008). Ha pubblicato il libro di saggi sulla poesia L’elastico emotivo (Incontri Editrice, 2011). La pubblicazione più recente è il quaderno in prosa Diario di Vaucluse (Edizioni Psychodream, 2014).

Il demone del paesaggio è in Emilia di Roberto Galaverni
“Corriere della Sera” 5 giugno 2016

Ci sono poeti che hanno il demone del paesaggio, e Andrea Gibellini è uno di questi. Nei suoi versi il paesaggio è tutto: un termine di reazione percettiva e sensibile, un approdo conoscitivo, un confidente fedele, un avversario, un pozzo da cui veder riaffiorare la storia personale, un punto di fuga, una pista di lancio per l’immaginazione e per il sogno. In ogni caso è sempre lì, al cospetto del paesaggio che il poeta cerca se stesso, l’intelligenza delle cose, una possibile consistenza individuale, come se si trovasse davanti a una costellazione da cui ricavare la cifra del proprio destino.
Il terzo libro di poesie di Gibellini, Le regole del viaggio (Effigie), non nasconde da questo punto di vista il proprio retaggio. Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni, più indietro Eugenio Montale, ma anche certi poeti in lingua inglese, ad esempio Ted Hughes e Seamus Heaney, sono i maestri che hanno contato di più nella definizione del suo linguaggio poetico. E a questi si possono aggiungere Franco Fortini, ma anche, tra i poeti delle generazioni più vicine, Remo Pagnanelli, Fabio Pusterla, Gianni D’Elia. L’Emilia, in particolare, è il suo territorio d’elezione, tra la città — Modena, Bologna, Sassuolo (dov’è nato nel 1965) — e la campagna, meglio ancora la collina: B bosco, E fiume, gli arbusti, gli spazi coltivati, qualche animale.

Il viaggio a cui allude il titolo del libro è quello della vita traguardata attraverso il paesaggio, e quelle che vengono dettate qui sono appunto le sue regole. Queste poesie mettono in scena un autentico rituale d’avvicinamento, corteggiamento, provocazione, contatto con quello che proprio Sereni chiamava il «paese visibile». E se il personaggio-poeta gli s’accosta ogni volta con devozione e tremore, non è detto però che le risposte siano più numerose dei colpi a vuoto: «Non c’è/ requie (e regno) c’è invece paura per il/ gracchiare acuto profondo del temporale/ che sentiamo sfibrare sopra il bosco./ Qui avrei voluto concepire tenerezza e riposo».
S’intravede al fondo una società da cui si prendono le distanze e, reciprocamente, la definizione di un punto di vista liminare e un poco eslege, un’idea di sopravvivenza e di libertà diverse, una disubbidienza non solo storico-esistenziale ma, forse anche più, metafisica (Disubbidire è appunto il titolo di una poesia).
Accanto alla campagna, al bosco, alla collina, compaiono allora in queste poesie alcune situazioni-tipo come il trasloco, con relative pulizie, un elenco delle poche cose possedute, un fantasmatico curriculum vitae, un sopralluogo in una casa in rovina, un’officina, qualche giardino, una discarica, un passaggio sul mare in un luogo turistico certo non di prima scelta. Si tratta di altrettante occasioni in cui la cosiddetta identità personale si misura con i propri feticci, lacune, paradossi, finzioni, a cui contrappone un continuo desiderio d’intensità percettiva, emotiva, anche intellettuale. L’«inaudito batticuore», così anche lo chiama Gibellini. E proprio la parola intensità, come quella contigua di emozione, si lega al carattere più profondo de Le regole del viaggio. Da ogni punto di vista si trova impazienza, insofferenza per tutto quanto è orizzontale, monocorde, incolore, atonale. Lo sguardo in presa diretta portato sulle cose si apre di continuo alla dimensione verticale, il presente trapassa nella memoria, il vedere nella visione e, a tratti, nella surrealtà.

Il discorso poetico procede così attraverso continui strappi, dislivelli e accelerazioni percettive. A condurre per lo più la danza è una grammatica di natura emotiva, una sintassi delle immagini che improvvisamente si fanno ricordo e immaginazione. Gibellini persegue queste frequenze anche al limite dell’eccesso, costi quel che costi, perché a volte il cacciatore d’intensità sembra inseguire anche solo una particolare immagine sonora — un aggettivo, un verbo, una determinata associazione ritmica e musicale — piuttosto che l’esperienza, diciamo pure la conquista di realtà che a quell’accelerazione espressiva faccia da corrispettivo. Così può capitare che questo linguaggio poetico perda un poco della sua energia proprio là dove più sembra cercarla.
Le poesie più esatte e risolte sono invece quelle in cui maggiore è il governo, la messa a fuoco concettuale della situazione di riferimento. Emozione visiva, intellettuale e musicale fanno così tutt’uno, e la poesia diGibellini, il che non è da tutti, rivela allora un carattere di grande memorabilità: «Ma oggi ho compilato un curriculum/ vitae dove, come dal fondo di un abisso, mi sichiede/ chi sono, cosa faccio, quali referenze ho —// chiedetelo all’aldilà».

La natura ha grandi foglie di Marco Fioramanti
“ART 33” n.5-6 2016

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