Archive for the ‘autori’ Category

Il geografo e il viaggiatore

11 settembre 2017

ottobre 2017

Si scrive perché si studia. Si studia perché si ama. Si ama perché si immagina. Tutto il resto è informazione o chiacchiera

Massimo Rizzante
Il geografo e il viaggiatore
Lettere, dialoghi, saggi e una nota azzurra sull’opera di Italo Calvino e di Gianni Celati
Saggi e documenti

Questo libro smisuratamente breve, scritto in un periodo smisuratamente lungo, è un libro sull’amicizia tra Calvino e Celati.
Ma anche sull’amicizia come forma, forse l’ultima, in grado di renderci più vicini a noi stessi e più in dialogo con il mondo, meno sentimentali e più sensibili.
Il geografo Calvino e il viaggiatore Celati, per quanto diversi, sono accomunati da quella vena artistica che, nata agli inizi dei Tempi Moderni, ha segnato un po’ controcorrente fino al XX secolo la nostra civiltà letteraria fondata sulla dura legge della mimesis.
Si tratta di quello humour che Thomas Carlyle, parlando di Ariosto, di Cervantes, di Sterne e di Jean Paul definisce: «il prodotto non del disprezzo ma dell’amore, non della deformazione superficiale delle forme naturali, ma di una profonda quanto piacevole simpatia nei confronti di tutte le forme della Natura».
Entrambi, ciascuno a suo modo, il viaggiatore con cambi umorali più erranti, il geografo con cambi di passo più lineari, hanno attraversato i generi, non hanno mai fatto finta che il lettore non esistesse, non si sono mai arresi al vizio della trama, hanno mostrato senza affettazione i capricci dei loro procedimenti, hanno riflettuto sulla loro opera e su quella altrui diffidando sempre delle definizioni.
Entrambi spiriti malinconici nati sotto l’influenza di Saturno, sono figli dello humour, di quello cervantino come di quello ariostesco, di quello che traspare nelle opere di Giordano Bruno, nella Scienza nuova di Giambattista Vico o nella prosa di Leonardo e Galilei, di quello del Leopardi delle Operette morali e dello Zibaldone, come di quello che si incontra nelle passeggiate di Robert Walser e Raymond Queneau o nei quaderni di Paul Valéry.

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Massimo Rizzante(1963) è poeta, saggista, traduttore. Ha fatto parte dal 1992 al 1997 del Seminario sul Romanzo Europeo diretto a Parigi da Milan Kundera.
Ha pubblicato tre opere poetiche: Lettere d’amore e altre rovine (1999), Nessuno (2007), Scuola di calore (2013) e tre opere saggistiche: L’albero (2007), Non siamo gli ultimi (2009, Premio Dedalus), Un dialogo infinito (2015).
Fra le sue traduzioni: Il sipario, Un incontro e La festa dell’insignificanza di M. Kundera; O. V. de L. Milosz, Sinfonia di novembre e altre poesie, M. Crnjanski, Lamento per Belgrado, O. Lamborghini, Il ritorno di Hartz e altre poesie.
Insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate all’Università di Trento.
massimorizzante.com

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Caddi e rimase la mia carne sola

8 settembre 2017

ottobre 2017

Lo portarono incatenato in paese: aveva il viso ridotto a una maschera di polvere rigata di sudore e sangue, i panni laceri. Un santecceòmo.

Laura Pariani
Caddi e rimase la mia carne sola
le Stellefilanti romanzi

Il 7 ottobre 1967 Ernesto Che Guevara resta imbottigliato con un piccolo gruppo di guerriglieri in una quebrada della foresta.
Consegnatosi ai soldati, il Che viene trasportato nel vicino paesino di La Higuera dove è rinchiuso nel locale della scuola.
Il 9 ottobre a un soldato scelto a sorte tocca il compito di uccidere il ferito, il cui cadavere viene poi trasportato all’ospedale di Vallegrande per essere mostrato a fotografi e giornalisti.
Questi fatti della Grande Storia sono qui raccontati attraverso le parole degli abitanti di una delle zone più povere del mondo: i vecchi impauriti dalla propaganda della radio che dipinge i guerriglieri come violenti “senza Dio”; i soldati contadini che si aspettano il premio per la cattura del “gringo importante”; la maestra che frequenta poco i libri; il telegrafista che non ha mai avuto così tanto lavoro; la curandera che cerca di accompagnare il prigioniero nel suo viaggio verso il mondo dei morti.
Da quel momento nell’immaginario popolare è fiorito il culto di Sant’Ernesto di La Higuera, con tanto di preghiere, ex-voto per i miracoli compiuti e leggende (tra cui quella della vendetta divina che ha colpito tutti coloro che furono implicati nella morte del Che).

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Laura Pariani (1951) vive a Orta San Giulio.
Si è dedicata dagli anni Settanta alla pittura e al fumetto; dagli anni Novanta soprattutto alla narrativa: Di corno o d’oro (Sellerio 1993), Il pettine (Sellerio 1995), La spada e la luna (Sellerio 1995), La perfezione degli elastici (e del cinema) (Rizzoli 1997), La Signora dei porci (Rizzoli 1999), Il paese delle vocali (Casagrande 2000), La foto di Orta (Rizzoli 2001), Quando Dio ballava il tango (Rizzoli 2002), L’uovo di Gertrudina (Rizzoli 2003), La straduzione (Rizzoli 2004), Il Paese dei sogni perduti (Effigie 2004), Tango per una rosa (Casagrande 2005), Patagonia Blues (Effigie 2006), I pesci nel letto (Alet 2006), Ghiacciofuoco (con Nicola Lecca, Marsilio 2006), Dio non ama i bambini (Einaudi 2007), Milano è una selva oscura (Einaudi 2010), La valle delle donne lupo (Einaudi 2011), Le montagne di don Patagonia (Interlinea 2012), Il piatto dell’angelo (Giunti 2013), Nostra Signora degli scorpioni (insieme a Nicola Fantini, Sellerio 2014), Il nascimento di Tònine Jesus (Interlinea 2014), Questo viaggio chiamavamo amore (Einaudi 2015), Per me si va nella grotta oscura (Didattica attiva 2016), Che Guevara aveva un gallo (Sellerio 2016), “Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara (Einaudi 2017).
Ha all’attivo una ventina di opere teatrali rappresentate in Italia e all’estero.
Ha partecipato alla sceneggiatura di Così ridevano di Gianni Amelio, Leone d’oro 1998 alla Mostra del cinema di Venezia.

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Notturno buffo

7 settembre 2017

settembre 2017

La profonda virtù consolatoria del gelato di fronte alle grandi derive della vita non è sgualcita nemmeno dal fatto che noi con il gelato ci lavoriamo e spesso ci viene a noia.

Giorgio Mascitelli
Notturno buffo
il Regisole

Qual è la verità poetica di un gelataio in preda a dilemmi esistenziali o di un antiquario precario o di un postino in fuga dai cani di ville pretenziose?
I racconti di Notturno buffo mettono in scena situazioni comiche che derivano dalla malinconia delle vite ultramoderne dei loro personaggi. I tic della nostra società qui rappresentati in maniera straniata e divertita sono per noi occasione di un sorriso, ma diventano per i protagonisti un fardello tanto insopportabile quanto ridicolo.
Ecco allora un fiorire di disavventure e di catastrofi minime che punteggiano le esistenze improbabili, eppure tipiche del postino, del gelataio e di tanti altri ancora. Eppure questo campionario di un’umanità stramba e un po’ balenga non è nient’altro che l’immagine deformata, come se fosse riflessa da uno specchio ammaccato e incrinato dopo un trasloco frettoloso, di quello che rischieremmo di diventare noi a seguire le regole, esplicite o sottointese, di questo nostro tempo.

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Giorgio Mascitelli (1966) ha pubblicato i romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e la raccolta di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Il racconto Piove sempre sul bagnato (2008) è apparso in volume autonomo. Il compositore Giovanni Cospito ha tratto dal suo racconto Ancora un Incendiario?! l’omonimo spettacolo musicale (2002). Attualmente è redattore dei blog culturali Alfabeta2 e Nazione Indiana.

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Lingua d’acqua comune

6 settembre 2017

settembre 2017

Vado a prenderti l’acqua del pozzo
o vuoi quella della cannella
sul colle della piazza?
Prendi un cucchiaio di miele d’acero
oscilla
se vuoi oscillare.

Walter Rossi
Lingua d’acqua comune
le Ginestre

Le parole di Walter Rossi ci fanno volare, sembra che si cammini sulla terra ma all’improvviso si prende il volo, siamo nel segreto, nel mistero della poesia autentica, vera.
Roberto Carifi

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Walter Rossi (1964). Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Oltremare (Edizioni della Meridiana, 2000), Genitivo Diacronico (Edizioni della Meridiana, 2002), Quaranta sedie (Edizioni della Meridiana, 2004), Cassarmonica (Moretti & Vitali, 2010), Erfahrung (SEF Società Editrice Fiorentina, 2012), Vita, giustizia degli occhi miei (SEF Società Editrice Fiorentina, 2013).

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Come della rosa

26 aprile 2017

maggio 2017

Tu lo sapevi che saremmo arrivati qui, Mama: che per morire consapevolmente sarei dovuto uscire dall’inferno e rientrare nella vita

Tiziana Rinaldi Castro
Come della rosa
le Stellefilanti romanzi

Se Emiliano Westwood è di fronte al bivio più pericoloso della sua vita di mercante d’armi e guerrigliero, Bruna Di Michele, fotografa freelance, è di fronte a quello più delicato: risalire il baratro dell’alcol, ritrovare il centro, per sé e per sua figlia. Adebambo, sacerdotessa yorùbá, li accoglie nel suo tempio ad Harlem per assisterli nel loro percorso, ma con una richiesta uguale per entrambi: «Raccontami un’altra storia». E allora ecco che Dioniso, Elegbara, Parsifal e il Re Pescatore fanno luce sul passato dei due giovani, gli scardinano i segreti, e richiamandoli l’uno all’altra, li sprofondano fino alla radice dell’amore impossibile che li unisce, e che li spingerà verso destini ineluttabilmente divergenti. Ma «la storia più bella non è stata ancora raccontata» promette Ade- bambo, ed Emiliano e Bruna continuano a cercare: in una New York disordinata e cruda alla fine degli anni Ottanta; nella casa d’origine, in Italia; nel Salvador lacerato dalla guerra civile, e nel deserto del Nuovo Messico, solo apparentemente svuotato d’ogni segno.

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Tiziana Rinaldi Castro (Sala Consilina, 1965), vive negli Stati Uniti dal 1984. Si è laureata alla New York University in Cinema e poi in Studi Interdisciplinari in Religioni Africane e Sciamanesimo. Iniziata al culto yorùbá nella comunità Lucumì di New York, ne è sacerdotessa dal 1991. Insegna Letteratura greca antica alla Montclair State University e si divide fra Brooklyn, dove vive con il marito e le figlie, e le montagne del sud est del Colorado. Presso le Edizioni E/O ha pubblicato i romanzi Il lungo ritorno (2001) e Due cose amare e una dolce (2007).

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Tomàs

23 dicembre 2016

gennaio 2017

La Città bruciava. Molti cercarono rifugio nel vecchio porto. Come formiche si caricavano sulle spalle tutto quello che potevano. Anche i vecchi e i bambini.
Ogni tanto si fermavano per raccogliere qualcosa, ma senza mai voltarsi indietro.

Andrea Appetito
Tomàs
le Stellefilanti romanzi
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In una città sul mare il sogno di un autocrate ambizioso e senza scrupoli sta per realizzarsi. L’apparizione di una nave misteriosa segna l’inizio di un’ondata di violenza che scuote la città fino alla sua distruzione. Sette personaggi ne raccontano gli ultimi eventi con punti di vista diversi. Ciò che li accomuna è il loro rapporto con Tomàs, un ragazzo scomparso all’improvviso proprio dopo l’apparizione della nave. Tomàs è il tassello mancante di una trama che vede coinvolti il passato dell’autocrate e l’organizzazione dei suoi oppositori. Sullo sfondo, una storia d’amore perduto dai risvolti inquietanti…

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Andrea Appetito (Roma, 1971) ha pubblicato Cluster Bomb (Altrastampa edizioni, 2002) e partecipato a un’antologia di racconti sulla città di Roma intitolata Allupa allupa (DeriveApprodi, 2006).
Ha scritto L’eredità, un testo teatrale tradotto in portoghese e messo in scena a Rio de Janeiro (2006).
Ha realizzato, insieme a Christian Carmosino, alcuni cortometraggi e il film-documentario L’ora d’amore, in concorso al III Festival Internazionale del Film di Roma (2008).
Con Gianluca Solla ha scritto Senza nome, un breve saggio tradotto in spagnolo e pubblicato nel libro collettivo El impasse de lo politico (Bellaterra, 2011).
E’ autore, insieme a Cosimo Calamini e Christian Carmosino, della sceneggiatura Emma e Maria finalista del Premio Solinas (2014).
È presente nell’antologia Sorridi: siamo a Roma (Ponte Sisto, 2016).

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Ventriloquio della crisi

23 dicembre 2016

gennaio 2017

Roberta Salardi
Ventriloquio della crisi
il Regisole narrativa
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La voce narrante di una vecchietta arteriosclerotica racconta in un flusso quasi inarrestabile a un coro di pensionati ascoltatori e commentatori le alterne vicende di figli e nipoti fra squarci umoristici e visioni drammatiche dell’Italia di questi anni.
Ne risulta un confronto con la storia del presente espresso in un linguaggio teso come un elastico, pieno di contorsioni, lapsus, trasgressioni, improvvisi abbassamenti e innalzamenti di senso, con continui slittamenti di piano dalla narrazione della vita vissuta al discorso mediatico che l’avvolge e stravolge, restandone a sua volta variamente rimasticato e triturato.

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Poesie

1 dicembre 2016

dicembre 2016

Christine Lavant
Poesie scelte da Thomas Bernhard
Traduzione di Anna Ruchat
le Meteore

So bin ich Haus und Hof und Brotgerüst
und manchmal auch ein ganz geheimer Hügel,
wo meine Feindsal dunkle Trauben trägt,
damit die Heiligen Zigeuner werden.

Così io sono casa e corte e impalcatura del pane
e a volte anche una segretissima collina
dove la mia ostilità produce frutti oscuri
affinché i santi possano diventare zingari.

Questo libro propone una scelta di poesie – finora inedite in Italia – tratte dalle quattro principali raccolte dell’austriaca Christine Lavant.
Nel 1987 Thomas Bernhard, che stava curando la silloge, scrisse al suo editore tedesco: «La nostra poetessa è tra le più interessanti e merita di essere conosciuta nel mondo intero».

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Christine Lavant (pseudonimo, di Christine Habernig-Thonhauser) era nata a St. Stefan, nella valle del Lavant, il 4 luglio 1915.
Ultima di nove figli di una poverissima famiglia carinziana, iniziò a scrivere molto presto ma pubblicò solo a partire dal 1948 (il racconto lirico Das Kind), fissando subito la sua tematica su persone umili e diseredate, come dimostrano anche i successivi Das Krüglein (1949), Baruscha (1952), Die Rosenkugel (1956), Das Ringespiel (1963), Nell (1969).
Compose, con accenti del tutto spontanei, raccolte di poesie, inizialmente sotto l’influsso di Rilke, poi sempre in progressiva autonomia, cioè sempre più elementari ed essenziali (Die unvollendete Liebe, 1949; Die Bettlerschale, 1956; Spindel im Mond, 1959; Der Pfauenschrei, 1962; Hälfte des Herzens, 1966).
Fin dal 1954 i suoi libri sono insigniti di premi e riconoscimenti.
Christine Lavant muore il 7 giugno 1973.

Il mio destino si è separato da me
di Roberto Galaverni
Non ci si poteva probabilmente augurare l’edizione italiana di un poeta migliore. Ci riferiamo a Christine Lavant, di cui è appena stata pubblicata una raccolta antologica, Poesie, nella traduzione di Anna Ruchat (Effigie). Il volume ripropone la scelta approntata nel 1987 per un’edizione tedesca nientemeno che da Thomas Bernhard, che intendeva così rendere giustizia al valore di queste poesie, nonché all’inusuale integrità e insieme al radicalismo della vicenda esistenziale e artistica della scrittrice austriaca. «Si tratta — aveva chiarito Bernhard — della testimonianza elementare di un essere umano strapazzato da tutti gli spiriti celesti, un essere umano, che altro non è se non grande letteratura, meno conosciuta nel mondo di quanto meriterebbe».
A trent’anni di distanza, tutte queste ragioni possono essere riprese alla lettera. Il suo cognome da ragazza in realtà era Thonhauser, mentre lavarti è lo pseudonimo adottato da Christine in omaggio alla valle della Carinzia in cui era nata nel 1915 (morirà nel 1973). Ultima dei nove figli di una famiglia estremamente povera, fin da subito molto malata — «smilza e avida di miracoli», come dirà in un suo verso —, è stata un’autodidatta, a cominciare dalla folgorazione ricevuta dalla lettura di Rilke, che poi resterà sempre il suo riferimento più importante.
Rispetto alla letteratura in lingua tedesca è comunque un’austriaca del Sud, un’appartata, una meridionale. E anche se a quest’aspetto si legano alcune peculiarità divenute quasi una piccola leggenda, non c’è dubbio che la Carinzia intrida in profondità i suoi versi: il senso di separatezza, l’educazione cattolica fortemente conservatrice, la Bibbia, le preghiere, le tradizioni e le pratiche di un mondo contadino arcaico, i canti e i detti popolari, la credenza nei sogni, la percezione animistica del mondo creato, quasi ai limiti della stregoneria, la densità metaforica dell’immaginario (la «scrittura d’immagini» che ritorna pressoché in tutte le sue liriche). «Questi giorni non diventeranno vita./ Forse già nel ventre di mia madre il mio destino/ s’è coraggiosamente separato da me»: secondo la più classica delle scintille poetiche (basti pensare al nostro Leopardi), la Lavant ha fatto della sconfessione reciproca tra la promessa di felicità e l’inadempienza della vita il fulcro della sua poesia.
«È stata distrutta e tradita dalla propria fede cristiano-cattolica», ha scritto ancora Bernhard. Ma ciò che più stupisce è l’estremismo e insieme la totalità di questo contrasto. «Mi hai strappato fuori da ogni gioia,/ ma io ne soffrirò soltanto,/ solo e unicamente, finché/ ne avrò voglia, Signore./ In uno stato di ferocissima superbia/ e furibonda audacia ti sto davanti».
Le poesie della Lavant hanno il carattere di una continua sfida. E come la bestemmia può anche valere come un’invocazione rovesciata, cosi il suo tono più proprio sta tra la preghiera e la maledizione, tra la santità e il sacrilegio. «Chissà se la stella gracile è esplosa per orgoglio?», si chiede. Fierezza e vergogna, audacia e senso di colpa, dunque. Ma in ogni caso, che parli dell’infimo della condizione umana o guardi dal basso alle costellazioni, che
nel suo costante riferimento a un “tu” si rivolga a Dio, o volta a volta alla propria anima, al cuore, all’amore, al corpo, alla vita, al creato, o ancora, come spesso accade, direttamente al lettore, la sua intonazione risulta sempre alta, energica, combattiva, senza mezze misure.
Anche nel profondo dell’abisso, il canto della Lavant possiede comunque, e a volte tanto di più, un’esultanza intima capace di vivere in presenza e malgrado il dolore. Così, se il particolare cattolicesimo dell’Austria più profonda costituisce il sistema dato, si può dire che la libertà della poesia rappresenti per la Lavant la possibilità di una prospettiva diversa e alternativa. Da questo punto di vista, la sua disposizione poetica è tutta in attacco. La poesia non viene intesa come lamento, discorso sulla sofferenza, riparazione delle ferite, ma è avvertita in ogni fibra come forza propositiva, vigore spirituale, conoscenza, esortazione, perfino come salute e come riscatto.
In uno splendido componimento ricco di echi danteschi, che Bernhard non ha però antologizzato, le stelle non a caso vengono ripescate dall’inferno. E davaero in alcune poesie la voce poetica sembra avere attraversato l’apocalisse. «Voglio finalmente sapere tutto del dolore!», grida in uno dei suoi testi più noti. La Lavant è intrepida, non ha paura, non fa calcoli. E non ha neppure la preoccupazione, lei che pure era entrata in contatto con le avanguardie viennesi, di risultare attuale, contemporanea, diversamente in questo dall’altra grande e più celebrata sua conterranea, Ingeborg Bachmann.
Nei versi della Lavant scorre invece qualcosa di fiero, d’indomito, di furioso. Eppure le me poesie, che intrecciano sogni e visioni, che rovesciano le dimensioni, i punti di riferimento consueti, le coordinate fisiche e morali del paesaggio terrestre e celeste, in molti casi sembrano scritte col compasso. La visionarietà della Lavant è precisissima, non possiede nulla di arbitrario. Questa pare la virtù più grande e originale della sua poesia.
Le rime, spesso ardite e imprevedibili, un po’ pazze, seguono in realtà la necessità della visione e del ragionamento. Allo stesso modo agli attacchi, tante volte formidabili — «La mia debolezza si serve di me», «Che notte senza testa!», «Questa notte era un lupo —/ forse la prossima sarà una mela?» —, segue poi un implacabile approfondimento dell’immagine e delle relazioni metaforiche, come se il poeta continuasse a battere sul proprio chiodo per piantarlo sempre più a fondo.
Non ci sono dubbi: alcune riuscite della Lavant devono essere considerate tra le più alte della poesia europea del secondo Novecento: «La mia ombra sa camminare sull’acqua,/ basta che la luna o ll sole siano nella giusta posizione/ allora la mia ombra brilla all’apice./ Questo brillare ovviamente è solo vanità,/ e non può riscaldare, non può mai essere reale,/ ma qualche volta è merito suo se una semplice pietra/ irradia riflessi argentati di fronte alle altre». [Corriere della sera, LA LETTURA, 31 dicembre 2016]

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Le nature indivisibili

1 dicembre 2016

dicembre 2016

Claude Royet-Journoud
Le nature indivisibili
Traduzione di Domenico Brancale
le Meteore

dirti una sola cosa
(senza usare la bocca
né la lingua
e senz’alcun rumore di sillabe)

gesti di collera

una generazione d’intrecci

liquido non mi appartiene

Apprezzato da autori come Edmond Jabès, Paul Auster e Jean-Luc Nancy, Claude Royet-Journoud è uno dei più importanti poeti contemporanei in Francia. La sua scrittura por tata al limite della rarefazione, spogliata della metafora e del dispositivo poetico convenzionale ha sviluppato uno stile libero in quella ricerca continua di una nudità di parola. Lo spazio bianco, le parole, la messa in pagina condividono all’unisono il silenzio del libro. Questo silenzio è la grana della voce che resiste e nutre la parola. Le nature indivisibili, ultimo libro della tetralogia cominciata nel 1972 con il libro Le Renversement, conferma definitivamente questo percorso: l’inscrizione della poesia sulla pagina co me teatro catartico del desiderio. Quella di Claude Royet-Journoud è una poesia che aderisce alla realtà senza compromessi, dove leggere significa non più voler sapere e comprendere, ma far dell’incomprensibilità un’esperienza inaugurale della lettura. A parte alcune traduzioni apparse in rivista, Le nature indivisibili è il primo libro di Claude Royet-Jornoud in Italia.

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Claude Royet-Journoud è nato a Lione nel 1941.
A partire del 1963 ha fondato e diretto con Anne-Marie Albiach e Michel Couturier la rivista Siècle à mains cui succederanno le riviste «A», L’In-plano, Zuk, Anagnoste e Vendredi 13.
Ha tradotto George Oppen e pubblicato John Ashbery e Louis Zukofsky. Nel 1974 ha creato e diretto per la radio il programma “Poésie ininterrompue” su “France Culture”.
Una tetralogia, frutto di un lavoro di venticinque anni, costituisce l’opera principale apparsa per Gallimard: Le Renversement (1972), La notion d’obstacle (1978), Les objets contiennent l’infini (1983) e Les natures indivisibles (1997). Per l’editore P.O.L è apparso nel 2016 il libro La Finitude des corps simples. Collabora alla rivista “Koshkonong” diretta da Jean Daive.
Vive a Parigi.

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Il castello

25 ottobre 2016


DICEMBRE 2016
UNA NUOVA STORIA
DELL’IMPERIAL REGIO COMMISSARIO MELCHIORRE FERRARI

Mino Milani
Il castello
le Stellefilanti romanzi

Dal fiume si scorgeva solo una parte del muro e il tetto rosso cupo.
Tutto il resto era nascosto dal verde degli alberi.

Il commissario Melchiorre Ferrari combatte il crimine all’Imperiale e Reale Delegazione di Polizia di Pavia, con l’aiuto dei suoi fedeli gendarmi e del fedelissimo Steiner. Ha un rapporto complicato con il suo diretto superiore: il Sovrintendente barone Aloys Ziller von Taubendorf. Ossessionato dai mazziniani e timoroso di non esprimersi al meglio in italiano, il raffinato Ziller gli passa spesso la palla adducendo impegni pregressi, apparendo ipocrita o patetico, a volte umoristico. Anche Steiner riesce a far sorridere Melchiorre per la sua timidezza con le belle sighnorine e il suo italiano stentato: «Ach, io che mi ricordo che lui ha un nome che fa un po’ ridere! Come fa lui a fumare i galli?» Più spesso Steiner tenta di consolarlo: «Alles gut, sighnor commissario?»
Melchiorre, da buon pavese, non ama allontanarsi dalla sua città, per rimanere vicno al suo quartierino di Contrada Mezzabarba con le finestre aperte sul Giardino del Re. Eviterebbe ogni spostamento che dovesse comportare la carrozza: malgrado sia zoppo, dice di poter arrivare dappertutto. Quando il dovere lo chiama, si trova ad esplorare zone che non conosce, e si sente colpa: un buon questurino dovrebbe conoscere la sua città come le sue tasche.
Pavia è al confine tra il Regno di Sardegna e il Lombardo-Veneto; sul Ticino i pavesi contrabbandano solo «roba da bere e da mangiare, e giornaletti sovversivi»: lavoro di routine per la delegazione.
Routine.
Poi compare un ometto che pare l’emblema della povertà. Dopo aver fatto la propria denuncia, l’ometto silenziosamente rientra nel suo umile nulla. Ferrari avvia l’inchiesta, si ritrova così ad avanzare adagio e con fatica tra cespugli così fitti ed intricati da rendere impossibile il passo. Così da rovinarsi le scarpe, e strapparsi giacca e pantaloni. Si ritrova a pensare: ma sei proprio tu, Melchiorre, a fare queste cose? Che cosa t’è venuto in mente, Melchiorre, di fare questo mestiere? Mah, una volta mi era sembrato bello.
Poi compare un dottore: «Lombroso. Cesare Lombroso. Ma non sono ancora dottore. Lo sarò tra sei mesi e tre giorni». Così si presenta a Ferrari l’allora sconosciuto studioso. Per quanto affascinato dal personaggio, il commissario non riesce a pensare che il crimine sia una malattia congenita, portata dipinta sul viso. La notizia di un’evasione precognizzata dal Lombroso lo fa vacillare: magari il dottorino non dice cose a vanvera. Ma più razionalmente si domanda chi si sarebbe messo nell’impresa di far evadere un poveraccio, criminale nato, per di più già condannato a morte.
Melchiorre si ritrova anche ad ammirare un teschio perfettamente pulito, si sarebbe detto tirato a lucido, che Lombroso vuole portargli, a conferma delle proprie teorie.
Il giovane dottorando si dimostra anche bravo pittore: gli mostra il ritratto di una donna di cui si è innamorato e, forte dei suoi studi di fisiognomica, gli assicura che lo tradirà.
Ma quella donna fa innamorare anche i gendarmi, si chiama Teresina ed evoca in Melchiorre una sorta di inno alla giovinezza che lo farà scantonare da qualche suo solido principio.
Discutendo dei diritti della scienza e del progresso, d’amore e di pietà cristiana, alla fine Melchiorre si convince che quel giovane dottore otterrà fama e gloria.

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L’Imperial Regio commissario Melchiorre Ferrari
Un’altra sconfitta Ferrari
L’annegata di Borgobasso
Il castello
Come fu
La donna che non c’era
Dopo trent’anni
Storia ingrata
Il vampiro

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