Posts Tagged ‘gli autori di effigie’

Ventriloquio della crisi

23 dicembre 2016

gennaio 2017

Roberta Salardi
Ventriloquio della crisi
il Regisole narrativa
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La voce narrante di una vecchietta arteriosclerotica racconta in un flusso quasi inarrestabile a un coro di pensionati ascoltatori e commentatori le alterne vicende di figli e nipoti fra squarci umoristici e visioni drammatiche dell’Italia di questi anni.
Ne risulta un confronto con la storia del presente espresso in un linguaggio teso come un elastico, pieno di contorsioni, lapsus, trasgressioni, improvvisi abbassamenti e innalzamenti di senso, con continui slittamenti di piano dalla narrazione della vita vissuta al discorso mediatico che l’avvolge e stravolge, restandone a sua volta variamente rimasticato e triturato.

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Sicherheits

30 maggio 2016

Ci sono luoghi il cui nome non può andar disgiunto dalla memoria dell’orrore

Marco Bonacossa
Sicherheits
I disperati del fascismo
le Zanzare

All’inizio erano solo dodici. Senza divise né armi, con un solo grande progetto: diventare padroni assoluti del territorio.
Nasce così in Oltrepo Pavese, durante l’occupazione, una “polizia speciale” agli ordini della Germania nazista: la Sicherheits Abteilung, il “reparto di sicurezza”.
Questa improvvisata banda, forte della qualifica di “soldati del Terzo Reich”, godeva di impunità assoluta.
Questi “tutori del caos” potevano incendiare intere frazioni, distruggere fattorie e cascine, arrestare ed incarcerare disertori e renitenti alla leva, antifascisti, partigiani e loro parenti, semplici cittadini incappati in una loro retata.
Negli ultimi mesi di guerra, i “mesi del terrore”, le verdi colline si colorarono del sangue delle centinaia di vittime della Sicherheits.
Dalle cantine dell’Albergo Savoia di Broni, dalle sale del castello di Cigognola salivano le urla di dolore dei prigionieri torturati.
La storia della Sicherheits Abteilung è specchio di quella del nostro Paese.

Nell’albergo Savoia di Broni
[disegno del testimone Ambrogio Casati]

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Marco Bonacossa (Pavia, 1987), studioso di storia del Novecento,
è co-fondatore e redattore della rivista universitaria “Jaromil”.

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Qui come altrove

30 maggio 2016

Qui come altrove, c’è la donna che ruba il tempo e se lo mette via

Zena Roncada
Qui come altrove
La donna che ripara i sogni e altre storie
il Regisole narrativa

Poesia in forma di racconto, per un’epica sottovoce.
Le storie di Zena Roncada della poesia hanno lo stupore, l’incantamento e la precisione della lingua che restituisce a ciascun personaggio l’unicità e il senso dell’esserci.
Del racconto mantengono l’impianto e lo spazio: centurie ordinarie e minime del quotidiano nello spazio del margine, del sottobosco e del sottobanca.
Vite di terracqua che la memoria conserva e condivide dando loro un nome.
È una manciata di epifanie e semi: uomini e donne, vecchi vecchie e giovani – quello che pianta gli alberi o ripara i sogni, vende gli anni usati o ascolta la voce delle stoffe – sono creature speciali perché sono il loro talento, con l’aura della singolarità in un “qui” che è specchio e irradia fino a fare l’altrove.
Hanno una virtù, una vocazione a stare nel mondo ed inscrivono la loro piccola traccia di silenziosa santità.
Filare il dolore o accordare le speranze sono mestieri inusitati, dal sapore antico ma sempre nuovi, come appartengono al tempo di ciascuno il saper dire «così non si può più» o l’abitare il proprio sogno.

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Zena Roncada, insegnante, vive a Sermide.
È autrice di diversi testi per la scuola, pubblicati dalla casa Editrice SEI di Torino.
Si occupa, con saggi e corsi d’aggiornamento, di semiotica, linguistica e didattica dell’italiano.
Da più di dieci anni affida la sua scrittura ad un blog, con il nickname di Colfavoredellenebbie.
Presso Pentagora, nel 2013, è uscito il suo primo volume di racconti: Margini.

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Bestie come noi

30 maggio 2016

Annalisa Gimmi
Bestie come noi
il Regisole saggistica

Animali macellati dopo una vita innaturale, segregati in spazi angusti e in costante sofferenza; animali in gabbia, vittime di sperimentazioni, oggi tanto crudeli quanto inutili. Animali uccisi per un trofeo.
Animali umiliati, abusati e privati della vita per il nostro divertimento o per la nostra vanità.
Ma fortunatamente c’è chi sta tentando di cambiare le cose, ammettendo che tutto questo è inaccettabile da parte di una società civile.
«Un movimento di liberazione esige un’espansione dei nostri orizzonti», ha scritto nel 1975 il filosofo australiano Peter Singer, il teorico della liberazione animale.
Così l’essere umano, dopo aver combattuto per un’apertura della sua mente nei confronti dell’altro (il diverso, il nero, la donna, lo straniero), sta ora ingaggiando una nuova battaglia che espanda gli orizzonti della sua coscienza verso i non umani, riconoscendo agli animali quel diritto alla vita e al benessere da cui nei secoli li ha sistematicamente esclusi.
Questo libro vuole suggerire spunti di riflessione su quanto c’è ancora da fare perché il rispetto della vita possa davvero definirsi tale; e sulle opportunità (a volte straordinarie) che la collaborazione uomo-animale può invece offrire.

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Annalisa Gimmi si è a lungo occupata di letteratura e di editoria del Novecento, pubblicando studi su vari autori, tra cui Aldo Palazzeschi, Dino Campana, Franco Loi; e dedicandosi a ricerche bibliografiche (Bibliografia di Alfonso Gatto, Storia e letteratura 2009, con Marta Bonzanini).
Ha pubblicato il volume Il mestiere di leggere, il Saggiatore 2002, sui pareri editoriali della Mondadori negli anni Cinquanta, e ha curato le raccolte di inediti e rari di Alfonso Gatto, Ballate degli anni e Il gatto in poltrona, entrambe Effigie, 2012.
Negli anni Novanta, ha collaborato con la pagina di Cultura del “Corriere del Ticino” di Lugano e, tra il 2005 e il 2007, de “il Giornale”.
Da qualche anno ha maturato una profonda coscienza sulla tematica animale, promuovendo iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e sul territorio.

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Frocio e basta

15 aprile 2016

effigie giovannetti pasolini

Carla Benedetti · Giovanni Giovannetti
Frocio e basta
Pasolini Cefis e i capitoli mancanti di Petrolio
il Regisole saggistica

Questo libro racconta il doppio depistaggio che si è dispiegato attorno all’omicidio di Pasolini: uno volto a sviare le indagini, l’altro a tenere nascosti alcuni contenuti-chiave di Petrolio, il romanzo che Pasolini stava scrivendo quando fu ucciso.
Quel brutale massacro resta perciò uno dei buchi neri nella notte repubblicana e una delle vergogne della cultura italiana, che per tanti anni ha accreditato la ricostruzione ufficiale del delitto.
Pasolini viene ucciso probabilmente per la medesima ragione del giornalista Mauro De Mauro, fatto sparire nel 1970. Erano andati entrambi troppo vicino alla verità sull’omicidio di Mattei e si preparavano a divulgarla, accusando Eugenio Cefis, successore di Mattei alla presidenza dell’Eni e presunto fondatore della P2.
Pasolini fa di Cefis un personaggio centrale di Petrolio, che incarna in modo esemplare la «mutazione antropologica della classe ominante» e l’avvento di quel nuovo Potere finanziario e multinazionale che ci ha condotti alla cattiva società di oggi, corrotta e di ceto.
Egli intendeva inserire nel cuore del romanzo alcuni discorsi di Cefis, che avrebbero raccontato con chiarezza ciò che stava accadendo in Italia.
Quei discorsi erano tra le carte di Petrolio, ma i curatori dell’edizione postuma non hanno ritenuto opportuno inserirveli.
Come l’appunto intitolato Lampi sull’Eni, forse mai scritto da Pasolini, o forse fatto sparire, anche quei discorsi sono un capitolo mancante di Petrolio, un’importante chiave di lettura che è stata occultata. Li potrete leggere in questo libro, messi in risonanza con l’altra storia d’Italia, quella coperta, e con le opere e la critica civile dell’ultimo Pasolini.

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Alessandro Mezzena Lona, “Il Piccolo” 27 giugno 2016

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a proposito di Pier Paolo Pasolini nel catalogo effigie

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Roberto Citran nei panni di Giorgio Steimetz autore di Questo è Cefis incontra Pier Paolo Pasolini, interpretato da Massimo Ranieri, nel film La macchinazione

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Carla Benedetti insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Pisa.
Tra i suoi libri, Pasolini contro Calvino (Bollati Boringhieri 1998), L’ombra lunga dell’autore (Feltrinelli, 1999), Il tradimento dei critici (Bollati Boringhieri 2002), Disumane lettere (Laterza,2011) e Oracoli che sbagliano, con Maurizio Bettini (Effigie 2016).

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Due soldati

5 aprile 2016

Mino Milani
Due soldati
il Regisole narrativa

Da ragazzo, Mino Milani ha sentito parlare della Grande guerra da un uomo che oggi, fosse vivo, avrebbe centovent’anni.
Si chiamava Carlo e di guerra non parlava volentieri.
A ventidue anni s’era trovato nell’inferno dell’Ortigara (52a divisione alpina, 12.633 tra morti, feriti e dispersi in 18 giorni di battaglia) e in tempo di trincea aveva mangiato pane e terra e respirato puzza di cadavere, prima di poter annotare sul suo diarietto, il 3 novembre 1918: «Dio, com’è grande e bella la vittoria».
Cattolico fervente era stato contrario alla guerra, ma quando gli avevano detto che era suo dovere combatterla, l’aveva combattuta, mettendocela tutta.
Scrive Mario Silvestri nel suo memorabile Isonzo 1917: «La viltà di pochi non faceva che mettere in risalto il coraggio dei moltissimi».
Quell’uomo, classe 1895, padre di Mino, nell’Italietta buonista d’oggi – che si coccola e si compiace di quei pochi – sarebbe un incompreso o forse un emarginato.
Suo figlio, oggi noto scrittore, ha scritto questo racconto pensando ai «moltissimi»: la storia di un mazziniano interventista e di un “ragazzo del ’99”.

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Due soldati e la Grande Guerra
di Luisa Voltan
Un ragazzo e un uomo, una donna e tante persone, un postino e due soldati. È dunque una storia di guerra l’ultima produzione letteraria di Mino Milani. Una storia dentro la Grande guerra, quell’avvenimento bellico a tutti noto come Prima guerra mondiale. E subito a pensare: roba di guerra, non lo leggerò. Ovvio constatare che, come in tutte le storie di guerra, anche qui, ci sono esplosioni e schegge, assordanti lamenti e odori indicibili – e qui la descrizione è semplice e al contempo terrificante. Ma in questo libro, come sempre nella scrittura di Milani, c’è molto altro: le passeggiate, prima della guerra «in un sentiero sotto gli alberi e lungo il torrente» dei ragazzi, e «abbracci, baci, naturale», prima della guerra. E le lettere che arrivano dal fronte: «il Signore mi ha tenuto la mano sulla testa e sono a scrivervi dopo che sono andato due volte all’assalto». Ci sono anche le notizie portate dal sindaco e la speranza che non bussi mai alla porta, durante la guerra. «La guerra sarebbe finita presto, no?» Inquieti i pensieri e le parole: «Entro Natale sarà finita», e poi: «ancora un anno così, e la guerra sarà finita».
I personaggi a tutto tondo non solo ci raccontano emozioni che ovviamente non vorremmo mai provare in prima persona, ma anche stimolano noi a porre domande inconsuete, noi che stiamo vivendo un tempo che appare senza guerra.
«L’idea della pace, invece, gli pareva facile e giusta», così scrive Milani del suo protagonista giovane, e gli fa dire: «Ti credevo un uomo pacifico» mentre discute col padre. Il lettore di oggi prova forse un senso d’imbarazzo all’idea di trovarsi a dover ribattere a una tale affermazione.
«Se ti richiamano e vai in guerra, vengo con te!» dice una ragazza, sorridendo: come reagirebbe a cotante parole d’amore un ragazzo di oggi?
Ma la guerra «tira vecchi tutti, anche quelli che non la combattono», la guerra è potente, la guerra tira a prendere una parte, fino a far dire: «No. Niente mangiare. Sapete che cosa dovete fare, voi due? No? allora ve lo dico io. Tornare indietro, dove il pane ve lo davano». Così inveisce la zia del ragazzo, al cospetto di due disertori, e rincara la dose: «Andare in Veneto, al vostro posto. Questo dovete fare. Via di qui!»
La grana del racconto è densa di quell’umore che è memoria raccolta in prima persona. L’invenzione sta nei passi dei protagonisti, ma il senso di ognuno di loro è travasato da quelle parole reali ascoltate dal giovane Guglielmo, non ancora scrittore. Un uomo del 1895, suo padre, anche se di guerra non parlava volentieri, riuscì a trasmettergli l’atmosfera di ciò che aveva vissuto in prima persona. Si chiamava Carlo, a ventidue anni s’era trovato nell’inferno dell’Ortigara, aveva mangiato pane e terra e respirato gli odori della trincea. Cattolico fervente era stato contrario alla guerra, ma quando gli avevano detto che era suo dovere combatterla, l’aveva combattuta, «per finire il lavoro dei nostri vecchi. Loro hanno cominciato a mettere insieme l’Italia e noi la finiremo», per dirla con le parole che Milani usa nel racconto. E ancora una volta c’è un pensiero da comprendere, c’é un’idea da rimuginare in questo piccolo libro.
Ma come va a finire? Il 3 novembre 1918, Carlo Milani annotò sul suo diario: «Dio, com’è grande e bella la vittoria». Nella narrazione di Mino Milani, prima della fine, c’è la battaglia, ci sono i soldati e gli ufficiali, ci sono le armi, c’è la morte. Nei luoghi in cui anche l’algido Hemingway provò l’esperienza bellica, siamo travolti con i soldati da polveri e odori, dolori e speranze; ascoltiamo con loro terribili ordini di morte: «E quando ordino “Fuoco”, voi sparate! Sparate».
Non lontani i tempi in cui il generale Garibaldi, tanto conosciuto quanto amato da Milani, ordinava ai propri soldati di far fuoco, non prima di avere il nemico vicino, non prima di aver visto il bianco dei suoi occhi. Qui invece l’ufficiale è perentorio: «Non pensate di sparare a qualcuno: sparate e basta!».
Fra queste righe, prima della fine, leggiamo altrettanto terribili parole di consolazione: «Avrebbe anche pianto, non fosse stato un ufficiale. Aveva un gran sonno. Non voleva dormire. Accese una candela, trasse dal suo zaino un quadernetto, con una matita copiativa cominciò a scrivere…»
Ma come va a finire? «Anche se le guerre non servono a nulla, i soldati le devono fare», dice a se stesso il ragazzo. Il libro finisce e si ricomincia a pensare.

Mino Milani: La guerra non serve a nulla ma i soldati meritano rispetto
Il primo conflitto mondiale nell’ultimo lavoro che sarà in libreria da giovedì. Storia di un giovane contrario alla violenza che si batte perché è il suo dovere
di Filiberto Mayda
Ci sono la Grande Guerra con i suoi morti, con gli atti di eroismo, le lacrime, il cameratismo; una piccola, delicata ma robusta storia d’amore; la dolorosa incomprensione tra padre e figlio; un bel pezzo di storia del nostro Paese con tutte le contraddizioni forse ancora oggi irrisolte. Eppure l’ultimo libro di Mino Milani, orgoglioso ottantottenne scrittore, si legge tutto d’un fiato con le sue cento, dense pagine. Il titolo Due soldati” (edizioni Effige, 100 pagine, 12 euro), in libreria da giovedì richiama da un lato la storia stessa, dall’altra ricorda che Milani fu soldato e soldato fu suo padre Carlo a cui è dedicato il lungo racconto. Un testo in cui Mino Milani, senza forzare la retorica, lascia spazio ai gesti coraggiosi, alle scelte difficili, senza aver paura di far dire con fierezza a un diciottenne fino a quel momento contrario alla guerra che lui «era figlio di un soldato».
Mino Milani, è il primo libro non ambientato a Pavia. Anzi, tutto inizia in un non meglio specificato «paese abbastanza grosso tra la fonda campagna e la città». Come mai questascelta?
Perché questa volta volevo sì raccontare una storia, che è quello che mi piace fare, ma anche ribadire che non si deve confondere la guerra con i soldati, il male della guerra, spesso inevitabile, con chi è costretto o sceglie di combatterla. Come scrivo nel libro, «anche se le guerre non servono a nulla, i soldati le devono fare». E’ stato così per mio padre Carlo, così è stato per me. Era un cattolico tosto, mio padre, era contrario all’intervento, ma quando fu chiamato disse: vado, è mio dovere. Ecco, vorrei che per le persone come lui, che sono morte o l’hanno scampata combattendo in guerra, ci fosse rispetto, rispetto per la scelta che hanno fatto.
L’Intero racconto è pervaso, se possiamo dire così, di semplicità e chiarezza. Pur essendoci diverse storie che in qualche modo si intrecciano, alla fine prevale la linearità della narrazione.
La mia intenzione era proprio questa: raccontare la vicenda di un giovane uomo che, fedele ai suoi ideali, va a combattere, anche eroicamente, la guerra che certamente non voleva. Una scelta, prima contrastata dal figlio adottivo, poi compresa.
Nel raccontare le battaglia, ha parole dure per fi generale Cadorna, lo liquida, di fatto, con questa frase: «A guidare nostri soldati erano comandanti che valevano poco».
Mio padre non lo sopportava. A soli ventidue anni aveva combattuto nell’inferno dell’Ortigara (oltre 12mila morti e feriti in 18 giorni di battaglia su quelle montagne del Veneto) e sapeva bene di cosa parlava. Ricordo che anni fa venne qui il nipote di Cadorna, in un incontro in cui c’ero anch’io. Mi fu chiesta un’opinione, io dissi che mio padre si rabbuiava quando si parlava di Cadorna. Il nipote la prese male, lessi il suo labiale e non ebbe belle parole per me. Ma i fatti sono i fatti, i nostri soldati furono mandati al macello.
Italiani coraggiosi, nella Grande Guerra, ma che disperazione, che tragedie.
Terribili, ma quando la guerra arriva bisogna combatterla. Anche se poi lascia segni profondi, anche nella storia. Vede, ho sempre sostenuto che gli italiani non siano riusciti ad opporsi al fascismo perché, potremmo dire, il meglio della gioventù morì nelle trincee e non ci furono le forze, anche intellettuali, di dare alternative. E poi, se possibile, ci sono guerre peggiori delle altre. Lo compresi con chiarezza quando, molto tempo fa, conobbi una famiglia spagnola e mi raccontarono gli orrori della guerra civile. Ecco, quando si combatte tra connazionali credo che sia davvero terribile, e spesso il peggio degli uomini viene fuori in queste situazioni. Penso, ad esempio, alla guerra contro il brigantaggio: ci furono delle tali violenze, da una parte e dall’altra… Ecco, italiani contro italiani, davvero orribile.
Come fu il periodo della Repubblicadi Salò?
Ne scrissi in un libro. Approfondii quella fase della storia negli ultimi anni Cinquanta.All’epoca scrivevo per il “Corriere dell’Informazione” e lavoravo alla Biblioteca Bonetta, a Pavia. Ricordo che fui contattato dalla sorella di Umberto Ceva, martire della Resistenza originario di Pavia che morì in carcere. Lei aveva ottenuto una borsa di studio per una ricerca sulla Resistenza in Oltrepo e io l’aiutai. Ho così potuto conoscere bene quella fase della nostra storia, incontrando personaggi come Italo Pietra, Domenica Mezzadra e altri ancora. Ci furono persone eccezionali, ma anche delinquenti, da una parte e dall’altra.
Questo suo libro, dunque, è anche una testimonianza del coraggio degli italiani.
Sì, credo e sono convinto che gli italiani siano sempre stati migliori di come ci hanno voluti dipingere e di come, purtroppo, ci dipingiamo noi stessi. Ho cercato, con semplicità, di dare un mio contributo per ricordare il coraggio di tanti connazionali.
“La Provincia Pavese”, 17 maggio 2016

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Io e Tu

5 aprile 2016

Cesare Vitali
Io e Tu
il Regisole memorie

Un’inossidabile storia d’amore.
Musica, libri, viaggi e teatri.
Una storia forse regolare, forse coraggiosa.
Io e Tu sono ragazzi negli anni Settanta.
Il loro è un meraviglioso colpo di fulmine, e non si attenuano col tempo complicità, affetto e passione.
Dopo quasi quarant’anni un altro fulmine di altra e diversa natura: «Loris se ne va con la leggerezza di un soffio di vento».
L’impellenza di elaborare il lutto, la necessità di trattenere il ricordo, porta il suo compagno a ripercorrere i tanti avvenimenti a cavallo del secolo.
Cesare Vitali racconta in primis a se stesso, la vita di questa – forse straordinaria – coppia omosessuale, accompagnando il lettore con aneddoti dal loggione della Scala o da spiagge tropicali, ma anche dal divano di casa.
Testimoniando di incontri amicali o di impegno civile, ci porta a nuove e più ampie riflessioni sul significato dell’essere umani.

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Cesare Vitali (Pavia 1948, a destra nella foto)
è insegnante di lettere, e appassionato di teatro.
Io e tu è il suo primo libro.

Qui è con Loris Della Mariga, suo compagno di una vita.

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Pensiero corsaro

5 aprile 2016

Gianna D’Agostino
Pensiero corsaro
Una biopolitica dell’esistenza
il Regisole saggistica

Di quale corpo ha bisogno la società oggi?
Sia Pier Paolo Pasolini che Michel Foucault si interrogano, nell’allora nascente società dei consumi, riguardo all’azione del potere sui corpi. Entrambi intuiscono l’importanza dell’economia politica come agente di trasformazione della vita umana: l’uno studiando quella che battezza «biopolitica», l’altro dedicando il proprio impegno giornalistico ad indagare la «mutazione antropologica» in corso. Se la vita umana, intesa sia come esistenza biologica che culturale, diventa posta in gioco politica, è proprio sul terreno della vita che è possibile esercitare la critica.
Questo libro ripercorre la polemica che Pasolini ingaggiò col proprio tempo, prendendo in esame una costellazione di testi – interventi e saggi critici, lungometraggi e interviste, opere letterarie e teatrali – che si susseguono fin dalla prima metà degli anni Sessanta.
Pensiero corsaro definisce il gesto etico dell’ultimo Pasolini: additare le contraddizioni di un potere che si applica all’intera esistenza umana, ridefinendo i confini di vita e morte.
La peculiare combinazione di pensiero e poesia che caratterizza la produzione pasoliniana si configura così come una biopolitica dell’esistenza, in quanto pone alla radice della critica la forma di un’esistenza: un’esperienza squisitamente personale e parziale della realtà, vissuta nel corpo, attraverso i sensi, in virtù delle proprie capacità interpretative.

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Gianna D’Agostino (1985), si è laureata in lettere all’Università di Pisa. Si occupa di letteratura italiana contemporanea e filosofia politica. Ha pubblicato recensioni e articoli in riviste e volumi collettivi.

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Le regole del viaggio

5 aprile 2016

Le regole del viaggio
è nella terna finalista del Premio Città di Arenzano 2017

Per riavermi disperdo e finisco nel bosco
ogni dolore tramutandolo in apparente bene
che possa rasserenarmi.

Andrea Gibellini
Le regole del viaggio
le Ginestre

La natura ha grandi foglie
puoi toccarle bagnate dalla pioggia
con le mani. Sono verdi e giganti
hanno una mappa di venature
al loro interno come un araldico arazzo.
Ma spostando le fronde con la lama
appuntita di un conquistador sento
il battito spaventato di un pettirosso che lungamente
assiepatosi su un rametto prende il cielo svolando
azzurrissimo, irreale, fuori da ogni età
e imprevisti di viaggio.

Le regole del viaggio di Andrea Gibellini sono un passaggio definitivo verso quella consapevolezza poetica d’immagini liriche che aveva caratterizzato i suoi due precedenti libri Le ossa di Bering e La felicità improvvisa.
Qui una sfasatura temporale di situazioni poetiche entra nelle regole della vita di ognuno di noi e determina un orizzonte di sguardi che sfuggono, con orgoglio e ironia, dalla stasi dell’ordinario. La lingua della poesia, nel contatto con la natura e con i suoi colori, nella scoperta di un evento poetico, a volte pare ancora di più affilarsi con un incedere metallico: è l’istante, la sua incandescente ed essenziale promessa che dovrebbe resistere ad ogni cosa avversa, la vera sfida di questa poesia.
Il paesaggio che sappiamo emiliano, di fiumi e di pianure e di brevi colline all’orizzonte, assume contorni quasi fantastici; gli animali che lo abitano diventano esseri con manifestazioni preveggenti.
Si richiamano i nomi di poeti, Brecht, Fortini, Bandini, fino al più giovane Remo Pagnanelli, come fossero i Lari magici di un percorso poetico, di un viaggio che non vuole vedere, con istintiva ostinazione (e chi è la figura-persona che intesse i versi sempre in caccia di una sorgente emotiva…), la propria fine.
Su questa luce lirica e allo stesso tempo onirica e di canto che attraversa le cose e il paesaggio, si instaura una dimensione poetica mai reclusa dove la realtà è scossa da una immaginazione che vuole divenire finalmente libera e indelebile.

Le regole del viaggio
è stato scelto per la terna finalista del Premio Castello di Villalta Poesia 2016

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Andrea Gibellini (Sassuolo, 1965). Ha pubblicato: Le ossa di Bering (Nce, 1993), La felicità improvvisa (Jaca Book, 2001, “Premio Montale”).
Suoi testi poetici e scritti sulla poesia sono apparsi su “Nuovi Argomenti”, “Antologia Vieusseux”, “La Rivista dei Libri”, “Poesia”, “Oxford Poetry”, “Agenda”, “Poetry Review”. Ha curato un volume della rivista “Panta” dedicato alla poesia (Bompiani, 1999) e l’almanacco Stagione di poesia (Marsilio 2002). Per le Edizioni L’Obliquo è il saggio Ricercando Auden (2003). Sue poesie sono state pubblicate nell’ “Almanacco dello specchio” (Mondadori, 2008). Ha pubblicato il libro di saggi sulla poesia L’elastico emotivo (Incontri Editrice, 2011). La pubblicazione più recente è il quaderno in prosa Diario di Vaucluse (Edizioni Psychodream, 2014).

Il demone del paesaggio è in Emilia di Roberto Galaverni
“Corriere della Sera” 5 giugno 2016

Ci sono poeti che hanno il demone del paesaggio, e Andrea Gibellini è uno di questi. Nei suoi versi il paesaggio è tutto: un termine di reazione percettiva e sensibile, un approdo conoscitivo, un confidente fedele, un avversario, un pozzo da cui veder riaffiorare la storia personale, un punto di fuga, una pista di lancio per l’immaginazione e per il sogno. In ogni caso è sempre lì, al cospetto del paesaggio che il poeta cerca se stesso, l’intelligenza delle cose, una possibile consistenza individuale, come se si trovasse davanti a una costellazione da cui ricavare la cifra del proprio destino.
Il terzo libro di poesie di Gibellini, Le regole del viaggio (Effigie), non nasconde da questo punto di vista il proprio retaggio. Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni, più indietro Eugenio Montale, ma anche certi poeti in lingua inglese, ad esempio Ted Hughes e Seamus Heaney, sono i maestri che hanno contato di più nella definizione del suo linguaggio poetico. E a questi si possono aggiungere Franco Fortini, ma anche, tra i poeti delle generazioni più vicine, Remo Pagnanelli, Fabio Pusterla, Gianni D’Elia. L’Emilia, in particolare, è il suo territorio d’elezione, tra la città — Modena, Bologna, Sassuolo (dov’è nato nel 1965) — e la campagna, meglio ancora la collina: B bosco, E fiume, gli arbusti, gli spazi coltivati, qualche animale.

Il viaggio a cui allude il titolo del libro è quello della vita traguardata attraverso il paesaggio, e quelle che vengono dettate qui sono appunto le sue regole. Queste poesie mettono in scena un autentico rituale d’avvicinamento, corteggiamento, provocazione, contatto con quello che proprio Sereni chiamava il «paese visibile». E se il personaggio-poeta gli s’accosta ogni volta con devozione e tremore, non è detto però che le risposte siano più numerose dei colpi a vuoto: «Non c’è/ requie (e regno) c’è invece paura per il/ gracchiare acuto profondo del temporale/ che sentiamo sfibrare sopra il bosco./ Qui avrei voluto concepire tenerezza e riposo».
S’intravede al fondo una società da cui si prendono le distanze e, reciprocamente, la definizione di un punto di vista liminare e un poco eslege, un’idea di sopravvivenza e di libertà diverse, una disubbidienza non solo storico-esistenziale ma, forse anche più, metafisica (Disubbidire è appunto il titolo di una poesia).
Accanto alla campagna, al bosco, alla collina, compaiono allora in queste poesie alcune situazioni-tipo come il trasloco, con relative pulizie, un elenco delle poche cose possedute, un fantasmatico curriculum vitae, un sopralluogo in una casa in rovina, un’officina, qualche giardino, una discarica, un passaggio sul mare in un luogo turistico certo non di prima scelta. Si tratta di altrettante occasioni in cui la cosiddetta identità personale si misura con i propri feticci, lacune, paradossi, finzioni, a cui contrappone un continuo desiderio d’intensità percettiva, emotiva, anche intellettuale. L’«inaudito batticuore», così anche lo chiama Gibellini. E proprio la parola intensità, come quella contigua di emozione, si lega al carattere più profondo de Le regole del viaggio. Da ogni punto di vista si trova impazienza, insofferenza per tutto quanto è orizzontale, monocorde, incolore, atonale. Lo sguardo in presa diretta portato sulle cose si apre di continuo alla dimensione verticale, il presente trapassa nella memoria, il vedere nella visione e, a tratti, nella surrealtà.

Il discorso poetico procede così attraverso continui strappi, dislivelli e accelerazioni percettive. A condurre per lo più la danza è una grammatica di natura emotiva, una sintassi delle immagini che improvvisamente si fanno ricordo e immaginazione. Gibellini persegue queste frequenze anche al limite dell’eccesso, costi quel che costi, perché a volte il cacciatore d’intensità sembra inseguire anche solo una particolare immagine sonora — un aggettivo, un verbo, una determinata associazione ritmica e musicale — piuttosto che l’esperienza, diciamo pure la conquista di realtà che a quell’accelerazione espressiva faccia da corrispettivo. Così può capitare che questo linguaggio poetico perda un poco della sua energia proprio là dove più sembra cercarla.
Le poesie più esatte e risolte sono invece quelle in cui maggiore è il governo, la messa a fuoco concettuale della situazione di riferimento. Emozione visiva, intellettuale e musicale fanno così tutt’uno, e la poesia diGibellini, il che non è da tutti, rivela allora un carattere di grande memorabilità: «Ma oggi ho compilato un curriculum/ vitae dove, come dal fondo di un abisso, mi sichiede/ chi sono, cosa faccio, quali referenze ho —// chiedetelo all’aldilà».

La natura ha grandi foglie di Marco Fioramanti
“ART 33” n.5-6 2016

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La trama vivente

5 aprile 2016

La materia dissolta,
sollevata dalla folata taciturna,
sostanza disgregata, folla incoerente sale
nel corpo di luce dell’ultimo cielo.

Claudio Borghi
La trama vivente
le Ginestre

Non ho imparato tutti i nomi dei fiori,
né so bene che diverso profumo
emanano respirandoli. Conosco
i giacinti i fiordalisi le camelie
la mimosa la genziana il tulipano,
ma non li ricordo, come fossero parti
di un unico fiore indifferenziato.
Solo trattengo innumerevole il fiato
delle rose e il labirinto in cui si perde
la mente che stupita le avvicina
e dentro annega, ancor prima
di sentirne il profumo, stordita
dalla bellezza primordiale della forma.

“Il mondo che ricorda Claudio Borghi è un mondo primario, un’unità originaria che si vede continuamente, dolorosamente frammentata.
Esiste una fusione, amniotica o divina. O meglio, preesisteva. E l’esistere, con la propria multiformità, con la sequenza pur gioiosa delle nascite: divide. Diabolicamente, nel senso etimologico …
L’esperienza di una fusione originaria è stata possibile qui, sulla terra, durante il tempo atemporale – e dunque vero – dell’infanzia. Poi, siamo in esilio: la cosa nuda è andata smorendo, sono venuti in luce i particolari, gli istanti, le perdite e la nostalgia, la linea retta delle cronologie, i meri fatti umani. Siamo caduti nello spazio e nel tempo …
Ma, nel frattempo che chiamiamo vita, come sistemare il nostro sguardo adulto di fronte al mondo delle cose scisse? Borghi gira intorno il pensiero cercando bagliori dell’unità perduta, intuizioni del bene originario, di quando tutto e tutti fummo uno. Probabilmente senza tempo e luogo. Probabilmente senza pensiero. Ché il pensiero è il danno che ci è dato. E che noi agiamo quotidianamente. Poi, per lampi, visioni, intuizioni: ricordiamo.
Per momenti improvvisi, non per domande: sappiamo. Spesso chiamiamo Dio questa sapienza, questa memoria, la luce bianca o d’oro che percepiamo. Ma è una convenzione, è per rifarci a una storia nota, già scritta da altri, che ci rende ragione del nostro dolore, della triste caduta nella forma, alla quale possiamo dare il nome di solitudine”. (Maria Grazia Calandrone, in “Poesia” n. 307)

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Claudio Borghi (Mantova, 1960). Insegna matematica e fisica nel Liceo Scientifico di Mantova. Ha pubblicato alcuni articoli scientifici su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein.
Presso Effigie è uscita la sua prima raccolta di versi e prose Dentro la sfera (2014).

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