Posts Tagged ‘gli economici’

Il vampiro

24 ottobre 2016

Mino Milani
Il vampiro di piazza Cavagneria
e
La ricamatrice di Porta Salara
gli economici

La povera signorina Amalia era morta in quel letto, nelle lenzuola ricamate, tra i suoi adorati pizzi. Là s’era contorta sotto lo spasimo, urlando, per poi irrigidirsi ad arco, testa e piedi puntati sul letto, gli occhi sbarrati, respirando con fatica sempre crescente, sempre più atroce, cercando aria, fino a non trovarne più e morire.

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Questi due racconti di Mino Milani, Il vampiro e La ricamatrice, negli anni Ottanta aprirono la strada a quel noir storico che poi ha preso piede anche in Italia. Storico appassionato, cultore di Garibaldi e del Risorgimento, Milani integra l’accurato affresco di una città lombarda di metà Ottocento sotto il dominio austriaco con un’irriducibile curiosità “romantica” per i battitori solitari, cui lo stesso commissario Melchiorre Ferrari, ma anche la Marescialla e Ofelia, sono esemplari a tutto tondo.
Senza nessun compiacimento e, anzi, in un linguaggio asciutto che gli viene dagli amatissimi Conrad e London, Milani spinge con risoluta discrezione il commissario Ferrari sulla scena criminale.
Nel Vampiro, intrecciando la cronaca al mito transilvano, ricompone i probabili retroscena dell’ultima esecuzione di un militare austriaco avvenuta a Pavia in tempo di pace. Nella Ricamatrice, invece, il commissario Ferrari indaga sulla morte per tetano del vecchio colonnello Fraschetti – una figura bizzarra, prigioniera del mito napoleonico dopo la caduta dell’imperatore – e di sua sorella Amalia.
Partendo da documenti dell’epoca interpretati con la consueta acribia, Milani descrive la vita quotidiana di quei tempi e la popola di gente viva.
Funzionari asburgici, professori universitari, soldati austriaci, preti, popolani, prostitute sono i personaggi di due “gialli d’autore” in una città ottocentesca quieta, silenziosa, velata di nebbia e di mistero.

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L’Imperial Regio commissario Melchiorre Ferrari
Un’altra sconfitta Ferrari
L’annegata di Borgobasso
Il castello
Come fu
La donna che non c’era
Dopo trent’anni
Storia ingrata
Il vampiro

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Mino Milani nel catalogo effigie

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Ultimo piano senza ascensore

24 ottobre 2016

Toni Fachini
Ultimo piano senza ascensore
gli economici
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Il tempo della luce

24 ottobre 2016

Dario Voltolini
Il tempo della luce
Narrazioni sull’infinito
gli economici
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Il Petrolio delle stragi

24 ottobre 2016

Gianni D’Elia
Il Petrolio delle stragi
Postille a L’eresia di Pasolini
gli economici
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Altrove

19 febbraio 2016

Paolo Mastroianni
Altrove
gli economici

Sei storie dallo scenario del mondo “globale”, ambientate qua e là, nel Casertano, o a Budapest, o a Londra. Ne sono precari protagonisti tipi umani di ogni razza ed età (anche bambini) che, soffocati dallo squallore di una vita senza speranze, a malapena riescono a domandarsi come sarebbe vivere altrove.
E le storie si intrecciano, i personaggi – come per una capricciosa regia del destino – si sfiorano e si incontrano in un quadro animato e policromo.
Dalle collocazioni e dalle date accertate degli “aggiornamenti biografici” che chiudono (e insieme dilatano) il libro, tutto induce a pensare che le storie siano vere, che l’autore le abbia raccolte dal vivo, con affetto partecipe, fossero tragiche o malinconiche, grottesche o malavitose.
In questa sua prima opera narrativa, Paolo Mastroianni si dimostra capace di penetrare e raccontare la realtà polimorfa dei nostri tempi, annodandone le fila con saggezza, in assenza di ogni giudizio.

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L’altrove è a Villa Literno.
Sogni, ricordi, speranze e frustrazioni di un gruppo di stranieri nel romanzo d’esordio di Paolo Mastroianni
di Carla Benedetti [l’Espresso]

Africani immigrati a Villa Literno, prostitute ganesi e albanesi, un pullman di ambulanti polacchi appena giunti in Italia e spersi nella notte vicino a Caserta, una casalinga di Caserta, un rumeno che truffa i turisti a Budapest, un impiegato filippino in tournée d’affari in Europa. Un’insolita galleria di personaggi si sussegue con straordinaria vividezza, e senza un solo momento di fiacca, nel libro di esordio di Paolo Mastroianni, Altrove. Si muovono tutti in uno stesso arco di tempo, dal 15 al 29 marzo 1993. Il primo a entrare in scena è un magnaccia tunisino. Lo seguiamo per una giornata, da quando si sveglia in una camerata deserta fino alla notte di lavoro sulla variante presso Villa Literno. Finché all’alba viene ucciso da un altro tunisino per ordine del racket. A quel punto il racconto segue l’assassino. Poi è la volta di una delle prostitute. Ogni figura tiene il proscenio narrativo per un po’, con il suo bagaglio di sogni, ricordi, speranze e frustrazioni, finché passa la mano a un altro, a lui legato per vicende o per contiguità spaziale. I passaggi da una figura all’altra, per quanto narrativamente insolito, non è mai meccanico ma portato quasi naturalmente dall’intrico delle esistenze. Tutti i personaggi viaggiano vicini, incrociandosi in quell’altrove che è il nostro mondo. Lo attraversano come se fosse una foresta, spaesati e impauriti, lungo quella rete di sentieri che hanno per guardiani mafie o, nel caso dei polacchi, la rete di accoglienza del Vaticano. Ognuno è colto in un momento di incertezza o di crisi, che per tre di essi coincide con la morte. Viene da chiedersi da dove l’autore, che è nato a Caserta e fa l’ingegnere, abbia attinto materia per dischiuderci in poche pagine, con tanta delicatezza di notazioni, e senza concedere niente ai cliché, destini tanto diversi. Evidentemente l’impossibilità dell’esperienza, che molti teorizzano come nostra condizione epocale, è una fandonia. Quello che colpisce di Altrove è l’animarsi di quelle figure nell’intimo della loro realtà individuale: un “carico umano dimesso e spaesato” in cui finiamo per immedesimarci, con profondo coinvolgimento.

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Paolo Mastroianni, ingegnere, nato a Caserta nel 1966.
Presso Effigie ha pubblicato Altrove (2006) e Midland Metro (2015, “libro del mese” a Radio3 Fahreneit).

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Zingari di merda

19 febbraio 2016

Antonio Moresco . Giovanni Giovannetti
Zingari di merda
gli economici

In un reportage di rara intensità e ferocia (premio per la letteratura
di viaggio l’Albatross) Antonio Moresco racconta un viaggio tra i
Rom di Slatina e Liş̧teava in Romania, tra persone costrette a vivere
in case di fango o dentro buche scavate nel terreno, ai confini
del mondo “civilizzato”, dentro quella fascia di miseria che
attraversa il ventre dell’Europa: «Tutto questo perché? Per quale
ragione? Per quale disegno? Per quale sogno?». Nel suo linguaggio
irruente e abnorme, come abnorme è la realtà che descrive,
l’autore trascina i suoi lettori in una delle contraddizioni più acute
di questo secolo. Il racconto procede in un dialogo ininterrotto con
i compagni di viaggio, l’occhio fisso sui marciapiedi della civiltà,
dove gli zingari, uomini e donne che non stanno mai fermi, sono
la nostra parte più miserabile, più individualista e fatalista: «Questo
misto di libertà e opportunismo, di fierezza e di infingardaggine,
di irriducibilità e di parassitismo, di anarchismo e fascismo»
sono noi eppure sono anche assolutamente altro. C’è̀ qualcosa
nella loro presenza di inspiegabile e sfuggente, di infinitamente
arcaico eppure duttile. È lì che ci porta Moresco, sulla soglia del
silenzio. Lì dove arrivano anche le fotografie di Giovanni Giovannetti
che chiudono il libro.

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Antonio Moresco nel catalogo effigie

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L’eresia di Pasolini

3 settembre 2015

Gianni D’Elia
L’eresia di Pasolini
L’avanguardia della tradizione dopo Leopardi
gli economici
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La dolce insolenza e la disperata vitalità di un autore diverso, eretico, luterano e corsaro: Pier Paolo Pasolini, perseguitato in vita e apparentemente scandaloso nella morte, quando invece il vero scandalo è stato quello “politico”, di chi lo ha fatto impunemente uccidere. Forse le radici del delitto vanno rintracciate nell’incompiuto Petrolio, una lucida denuncia dell’intreccio corrotto tra servizi segreti di Stato, grande industria pubblica e mafia. Profeta indifeso, disilluso e incivile, perché quella era l’unica forma possibile di coscienza civile, Pasolini si è esibito come testimone autentico dell’epoca in cui viveva, sapendo di dovere pagare di persona. Questo scrittore scomodo si può rimuovere, svilire, calunniare. L’hanno fatto, quando era vivo, l’avanguardia e l’accademia e qualcuno ci riprova. Gianni D’Elia fa rivivere invece Pasolini nella sua altissima integrità: il poeta dialettale e «poematico» in lingua, il saggista, il narratore e l’autore del «teatro di parola» e del «cinema di realtà». Gli ampi reperti di questa rilettura “totale” mirano soprattutto a distruggere l’opera di restaurazione o epurazione in atto. Si assiste così con gioia a una rivisitazione appassionata di testi e idee, accompagnata da una puntuale iconografia del nini muàrt. Perché Pasolini è stato, come pochi autori del Novecento, una vera «avanguardia della tradizione».

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Gianni D’Elia è nato a Pesaro nel 1953. Presso Einaudi, nella “Collezione di poesia” ha pubblicato: Segreta 1986-1987 (1989 e 1995), Notte privata (1993), Congedo della vecchia Olivetti (1996), Sulla riva dell’epoca (2000), Bassa stagione (2003), Trovatori (2007) e Trentennio. Versi scelti e inediti 1977-2007 (2010). Per la collana Einaudi “Scrittori tradotti da scrittori”, ha tradotto I nutrimenti terrestri di André Gide (1994) e Lo Spleen di Parigi di Baudelaire (1997). Da Effigie sono usciti tre saggi: L’eresia di Pasolini (2005), Il Petrolio delle stragi (2006) e Riscritti corsari (2008), che comprende anche una sezione di epigrammi politici.

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a proposito di Pier Paolo Pasolini nel catalogo effigie

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Labambina

3 settembre 2015

Mariella Mehr
Labambina
gli economici

Se c’è un fondo autobiografico in questo romanzo, esso non sta nella vicenda narrata ma nelle modalità di interazione tra i personaggi e in particolare nella relazione primaria della bambina con il mondo: «Non ha nome, Labambina». Senza nome e senza parola, all’inizio una voragine priva di contorni perché priva di storia, Labambina adottata in un villaggio anch’esso senza nome, è il centro durissimo, il nucleo di pietra di questo romanzo. Una situazione di sopruso reiterato in cui la violenza, quella fisica e quella psicologica, è l’unico elemento dinamico in grado di provocare episodici contatti tra la vittima e i suoi carnefici. Sembra quasi che Labambina, con la sua presenza aspra e non archiviabile sia in grado di far riemergere, in alcune di quelle individualità spente, una traccia di tenerezza, di far riacquistare loro il movimento perduto. Ma la sopraffazione prevale, la coralità bigotta del villaggio riassorbe ogni tentativo di sottrarsi al gruppo e restituisce alla scena quella circolarità vuota che respinge tutto ciò che non si adegua.

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Mariella Mehr è nata a Zurigo nel 1947. Di etnia Jenisch, ha subito persecuzioni in nome del programma eugenetico promosso dal governo svizzero nei confronti dei figli appartenenti a famiglie nomadi. Da bambina piccolissima fu sottratta alla madre e assegnata in periodi diversi a varie famiglie e a tre istituzioni educative. Lo stesso accadde quando fu lei a diciotto anni ad avere un figlio, che le fu tolto. La rabbia contro le istituzioni sviluppò in lei uno spirito ribelle che la condusse a subire quattro ricoveri in ospedali psichiatrici e quasi due anni di carcere femminile. Dal 1975, come giornalista, ha scritto molti articoli
di denuncia. Ha pubblicato diversi romanzi e quattro libri di poesia. In traduzione italiana: il libro autobiografico Silviasilviosilvana (Guaraldi 1995), i romanzi Il marchio (Tufani 2001), Labambina (Effigie 2006) e Accusata (Effigie 2008), le raccolte poetiche Notizie dall’esilio (Effigie 2006), San Colombano e attesa (Effigie 2010); l’antologia Ognuno incatenato alla sua ora (Einaudi 2014).

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Patagonia Blues

3 settembre 2015

Laura Pariani
Patagonia Blues
gli economici
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Laura Pariani è andata per la prima volta in Argentina, e in Patagonia, quando aveva 15 anni, in un viaggio folgorante, alla ricerca di un nonno che si era trasferito là. Su questo palinsesto i ritorni si sono accumulati come fonte inesauribile di scoperte di sé e della vita. Nella sua Patagonia il paesaggio del Fin del Mundo è̀ segnato dalle ferite immedicabili dello sterminio indio. C’è uno spaesante contrasto tra la «discrezione dei manufatti umani», spesso definiti «arrugginiti», e la «densa vitalità» della natura. Alla più alta percentuale di suicidi dell’Argentina si affiancano i residui di una affascinante cultura arcaica e magica, che sconcerta il viaggiatore. Ma quanti miti, storie e incontri indimenticabili, soprattutto quando il fuegino – un po’ «ballista», magari – si rivela uno straordinario affabulatore. Patagonia Blues è solo la prima puntata di un pellegrinaggio, pieno di grazia e insieme di desolazione, nello spazio e nella storia argentina.

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Laura Pariani è nata a Busto Arsizio nel 1951. Ha esordito nel 1993 con la raccolta di racconti Di corno o d’oro (Sellerio, Premio Grinzane Cavour). Ha poi pubblicato, per Sellerio, Il pettine (1995) e La spada e la luna (1996). Presso Rizzoli sono usciti La perfezione degli elastici (e del cinema) (1997, Premio Selezione Campiello), La signora dei porci (1999, Premio Grinzane Cavour), La foto di Orta (2001, Premio Vittorini), Quando Dio ballava il tango (2002), L’uovo di Gertrudina (2003, Premio Selezione Campiello), La straduzione (2004). Ha inoltre pubblicato per Effigie Il paese dei sogni perduti. Anni e storie argentine (2004) e Patagonia blues (2006), per Casagrande Il paese delle vocali (2000) e Tango per una rosa (2005), per Alet I pesci nel letto (2006). Per Einaudi ha pubblicato Dio non ama i bambini (2007), Milano è una selva oscura (2010), La valle delle donne lupo (2011) e Questo viaggio chiamavamo amore (2015).

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La signora ermellino

3 settembre 2015

Elena Soprano
La signora ermellino
gli economici
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Il filo di un dramma mai chiarito del tutto inanella le immagini di questa saga familiare, che sull’arco di tre generazioni attraversa più di cinquant’anni di storia. Ma la storia rimane sullo sfondo. Tra la Grecia e l’Italia, in un mosaico di paesaggi, luoghi, luci, lingue, abitudini e in un’alternanza inesausta, per intensità, tempi e registri, si ricompongono i frammenti di una vita, le scaglie di un esistere prevalentemente femminile, pieno di attese e di corporeità sottratta o bruciata o sprecata, che coincide con gli affetti solo per brevi e dissonanti intersezioni. Gli uomini sono assenti, rimpianti o respinti. E il dolore passa di nonna in madre, di madre in figlia. Una domanda
rimane sempre inespressa e funge da collante tra i vari momenti e personaggi del romanzo: gli anni Trenta con la jajà che racconta le storie ai nipoti rimasti orfani; gli anni Quaranta con le prime gravidanze della piccola Linì; il presente, con una Stecco in bilico tra un futuro metropolitano e le radici greche e contadine. Lacerata tra il bisogno di restare e la spinta verso un altrove incerto, Stecco assiste impotente alle sofferenze della sorella chiusa nella follia. Poi una forza vitale la spinge ad attraversare quel mare di amarezza che la tiene in scacco. La signora ermellino è un libro sulla immobilità del dolore, ma è anche un romanzo che osa raccontare la forza delle immagini che nell’ombra governano i movimenti dell’esistenza.

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Elena Soprano (Sondrio 1965). Il suo primo libro, La maschera (Archinto 1994 e poi Baldini & Castoldi, 1995), premio Lerici 1995, tradotto in Francia, Germania, Spagna, Olanda e Grecia, stava per diventare un film che Marco Ferreri non fece in tempo a realizzare. Il secondo romanzo Alice del pavimento è uscito per La Tartaruga nel 1999. Ha pubblicato quattro libri per bambini: L’avventura
dell’Isuppec
(Signum, 2001), Tutti i chiodi del signor P. (Hablò, 2005), Il mistero del vento cappotto (Anicia, 2008) e Casa Demon (TopiPittori, 2010).

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