Posts Tagged ‘le Ginestre’

Lingua d’acqua comune

6 settembre 2017

settembre 2017

Vado a prenderti l’acqua del pozzo
o vuoi quella della cannella
sul colle della piazza?
Prendi un cucchiaio di miele d’acero
oscilla
se vuoi oscillare.

Walter Rossi
Lingua d’acqua comune
le Ginestre

Le parole di Walter Rossi ci fanno volare, sembra che si cammini sulla terra ma all’improvviso si prende il volo, siamo nel segreto, nel mistero della poesia autentica, vera.

Roberto Carifi

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Walter Rossi (1964). Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Oltremare (Edizioni della Meridiana, 2000), Genitivo Diacronico (Edizioni della Meridiana, 2002), Quaranta sedie (Edizioni della Meridiana, 2004), Cassarmonica (Moretti & Vitali, 2010), Erfahrung (SEF Società Editrice Fiorentina, 2012), Vita, giustizia degli occhi miei (SEF Società Editrice Fiorentina, 2013).

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Le regole del viaggio

5 aprile 2016

Le regole del viaggio
è nella terna finalista del Premio Città di Arenzano 2017

Per riavermi disperdo e finisco nel bosco
ogni dolore tramutandolo in apparente bene
che possa rasserenarmi.

Andrea Gibellini
Le regole del viaggio
le Ginestre

La natura ha grandi foglie
puoi toccarle bagnate dalla pioggia
con le mani. Sono verdi e giganti
hanno una mappa di venature
al loro interno come un araldico arazzo.
Ma spostando le fronde con la lama
appuntita di un conquistador sento
il battito spaventato di un pettirosso che lungamente
assiepatosi su un rametto prende il cielo svolando
azzurrissimo, irreale, fuori da ogni età
e imprevisti di viaggio.

Le regole del viaggio di Andrea Gibellini sono un passaggio definitivo verso quella consapevolezza poetica d’immagini liriche che aveva caratterizzato i suoi due precedenti libri Le ossa di Bering e La felicità improvvisa.
Qui una sfasatura temporale di situazioni poetiche entra nelle regole della vita di ognuno di noi e determina un orizzonte di sguardi che sfuggono, con orgoglio e ironia, dalla stasi dell’ordinario. La lingua della poesia, nel contatto con la natura e con i suoi colori, nella scoperta di un evento poetico, a volte pare ancora di più affilarsi con un incedere metallico: è l’istante, la sua incandescente ed essenziale promessa che dovrebbe resistere ad ogni cosa avversa, la vera sfida di questa poesia.
Il paesaggio che sappiamo emiliano, di fiumi e di pianure e di brevi colline all’orizzonte, assume contorni quasi fantastici; gli animali che lo abitano diventano esseri con manifestazioni preveggenti.
Si richiamano i nomi di poeti, Brecht, Fortini, Bandini, fino al più giovane Remo Pagnanelli, come fossero i Lari magici di un percorso poetico, di un viaggio che non vuole vedere, con istintiva ostinazione (e chi è la figura-persona che intesse i versi sempre in caccia di una sorgente emotiva…), la propria fine.
Su questa luce lirica e allo stesso tempo onirica e di canto che attraversa le cose e il paesaggio, si instaura una dimensione poetica mai reclusa dove la realtà è scossa da una immaginazione che vuole divenire finalmente libera e indelebile.

Le regole del viaggio
è stato scelto per la terna finalista del Premio Castello di Villalta Poesia 2016

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Andrea Gibellini (Sassuolo, 1965). Ha pubblicato: Le ossa di Bering (Nce, 1993), La felicità improvvisa (Jaca Book, 2001, “Premio Montale”).
Suoi testi poetici e scritti sulla poesia sono apparsi su “Nuovi Argomenti”, “Antologia Vieusseux”, “La Rivista dei Libri”, “Poesia”, “Oxford Poetry”, “Agenda”, “Poetry Review”. Ha curato un volume della rivista “Panta” dedicato alla poesia (Bompiani, 1999) e l’almanacco Stagione di poesia (Marsilio 2002). Per le Edizioni L’Obliquo è il saggio Ricercando Auden (2003). Sue poesie sono state pubblicate nell’ “Almanacco dello specchio” (Mondadori, 2008). Ha pubblicato il libro di saggi sulla poesia L’elastico emotivo (Incontri Editrice, 2011). La pubblicazione più recente è il quaderno in prosa Diario di Vaucluse (Edizioni Psychodream, 2014).

Il demone del paesaggio è in Emilia di Roberto Galaverni
“Corriere della Sera” 5 giugno 2016

Ci sono poeti che hanno il demone del paesaggio, e Andrea Gibellini è uno di questi. Nei suoi versi il paesaggio è tutto: un termine di reazione percettiva e sensibile, un approdo conoscitivo, un confidente fedele, un avversario, un pozzo da cui veder riaffiorare la storia personale, un punto di fuga, una pista di lancio per l’immaginazione e per il sogno. In ogni caso è sempre lì, al cospetto del paesaggio che il poeta cerca se stesso, l’intelligenza delle cose, una possibile consistenza individuale, come se si trovasse davanti a una costellazione da cui ricavare la cifra del proprio destino.
Il terzo libro di poesie di Gibellini, Le regole del viaggio (Effigie), non nasconde da questo punto di vista il proprio retaggio. Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni, più indietro Eugenio Montale, ma anche certi poeti in lingua inglese, ad esempio Ted Hughes e Seamus Heaney, sono i maestri che hanno contato di più nella definizione del suo linguaggio poetico. E a questi si possono aggiungere Franco Fortini, ma anche, tra i poeti delle generazioni più vicine, Remo Pagnanelli, Fabio Pusterla, Gianni D’Elia. L’Emilia, in particolare, è il suo territorio d’elezione, tra la città — Modena, Bologna, Sassuolo (dov’è nato nel 1965) — e la campagna, meglio ancora la collina: B bosco, E fiume, gli arbusti, gli spazi coltivati, qualche animale.

Il viaggio a cui allude il titolo del libro è quello della vita traguardata attraverso il paesaggio, e quelle che vengono dettate qui sono appunto le sue regole. Queste poesie mettono in scena un autentico rituale d’avvicinamento, corteggiamento, provocazione, contatto con quello che proprio Sereni chiamava il «paese visibile». E se il personaggio-poeta gli s’accosta ogni volta con devozione e tremore, non è detto però che le risposte siano più numerose dei colpi a vuoto: «Non c’è/ requie (e regno) c’è invece paura per il/ gracchiare acuto profondo del temporale/ che sentiamo sfibrare sopra il bosco./ Qui avrei voluto concepire tenerezza e riposo».
S’intravede al fondo una società da cui si prendono le distanze e, reciprocamente, la definizione di un punto di vista liminare e un poco eslege, un’idea di sopravvivenza e di libertà diverse, una disubbidienza non solo storico-esistenziale ma, forse anche più, metafisica (Disubbidire è appunto il titolo di una poesia).
Accanto alla campagna, al bosco, alla collina, compaiono allora in queste poesie alcune situazioni-tipo come il trasloco, con relative pulizie, un elenco delle poche cose possedute, un fantasmatico curriculum vitae, un sopralluogo in una casa in rovina, un’officina, qualche giardino, una discarica, un passaggio sul mare in un luogo turistico certo non di prima scelta. Si tratta di altrettante occasioni in cui la cosiddetta identità personale si misura con i propri feticci, lacune, paradossi, finzioni, a cui contrappone un continuo desiderio d’intensità percettiva, emotiva, anche intellettuale. L’«inaudito batticuore», così anche lo chiama Gibellini. E proprio la parola intensità, come quella contigua di emozione, si lega al carattere più profondo de Le regole del viaggio. Da ogni punto di vista si trova impazienza, insofferenza per tutto quanto è orizzontale, monocorde, incolore, atonale. Lo sguardo in presa diretta portato sulle cose si apre di continuo alla dimensione verticale, il presente trapassa nella memoria, il vedere nella visione e, a tratti, nella surrealtà.

Il discorso poetico procede così attraverso continui strappi, dislivelli e accelerazioni percettive. A condurre per lo più la danza è una grammatica di natura emotiva, una sintassi delle immagini che improvvisamente si fanno ricordo e immaginazione. Gibellini persegue queste frequenze anche al limite dell’eccesso, costi quel che costi, perché a volte il cacciatore d’intensità sembra inseguire anche solo una particolare immagine sonora — un aggettivo, un verbo, una determinata associazione ritmica e musicale — piuttosto che l’esperienza, diciamo pure la conquista di realtà che a quell’accelerazione espressiva faccia da corrispettivo. Così può capitare che questo linguaggio poetico perda un poco della sua energia proprio là dove più sembra cercarla.
Le poesie più esatte e risolte sono invece quelle in cui maggiore è il governo, la messa a fuoco concettuale della situazione di riferimento. Emozione visiva, intellettuale e musicale fanno così tutt’uno, e la poesia diGibellini, il che non è da tutti, rivela allora un carattere di grande memorabilità: «Ma oggi ho compilato un curriculum/ vitae dove, come dal fondo di un abisso, mi sichiede/ chi sono, cosa faccio, quali referenze ho —// chiedetelo all’aldilà».

La natura ha grandi foglie di Marco Fioramanti
“ART 33” n.5-6 2016

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La trama vivente

5 aprile 2016

La materia dissolta,
sollevata dalla folata taciturna,
sostanza disgregata, folla incoerente sale
nel corpo di luce dell’ultimo cielo.

Claudio Borghi
La trama vivente
le Ginestre

Non ho imparato tutti i nomi dei fiori,
né so bene che diverso profumo
emanano respirandoli. Conosco
i giacinti i fiordalisi le camelie
la mimosa la genziana il tulipano,
ma non li ricordo, come fossero parti
di un unico fiore indifferenziato.
Solo trattengo innumerevole il fiato
delle rose e il labirinto in cui si perde
la mente che stupita le avvicina
e dentro annega, ancor prima
di sentirne il profumo, stordita
dalla bellezza primordiale della forma.

“Il mondo che ricorda Claudio Borghi è un mondo primario, un’unità originaria che si vede continuamente, dolorosamente frammentata.
Esiste una fusione, amniotica o divina. O meglio, preesisteva. E l’esistere, con la propria multiformità, con la sequenza pur gioiosa delle nascite: divide. Diabolicamente, nel senso etimologico …
L’esperienza di una fusione originaria è stata possibile qui, sulla terra, durante il tempo atemporale – e dunque vero – dell’infanzia. Poi, siamo in esilio: la cosa nuda è andata smorendo, sono venuti in luce i particolari, gli istanti, le perdite e la nostalgia, la linea retta delle cronologie, i meri fatti umani. Siamo caduti nello spazio e nel tempo …
Ma, nel frattempo che chiamiamo vita, come sistemare il nostro sguardo adulto di fronte al mondo delle cose scisse? Borghi gira intorno il pensiero cercando bagliori dell’unità perduta, intuizioni del bene originario, di quando tutto e tutti fummo uno. Probabilmente senza tempo e luogo. Probabilmente senza pensiero. Ché il pensiero è il danno che ci è dato. E che noi agiamo quotidianamente. Poi, per lampi, visioni, intuizioni: ricordiamo.
Per momenti improvvisi, non per domande: sappiamo. Spesso chiamiamo Dio questa sapienza, questa memoria, la luce bianca o d’oro che percepiamo. Ma è una convenzione, è per rifarci a una storia nota, già scritta da altri, che ci rende ragione del nostro dolore, della triste caduta nella forma, alla quale possiamo dare il nome di solitudine”. (Maria Grazia Calandrone, in “Poesia” n. 307)

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Claudio Borghi (Mantova, 1960). Insegna matematica e fisica nel Liceo Scientifico di Mantova. Ha pubblicato alcuni articoli scientifici su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein.
Presso Effigie è uscita la sua prima raccolta di versi e prose Dentro la sfera (2014).

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Nel nosocomio

19 febbraio 2016

Oggi un nuovo decreto legge ha finalmente stabilito,
e stavolta definitivamente, che non ci conviene uscire dal nosocomio.
Fuori ci svuotano le tasche con le tasse, nessuno ci protegge dagli extracomunitari, fuori romba lo sciame sismico e dai più poveracci anche lo tsunami.

Rosaria Lo Russo
Nel nosocomio
le Ginestre

Allegoria svelatamente scoperta dell’Italia contemporanea, Nel nosocomio restituisce, non troppo metabolizzata, l’allucinazione kafkiana di un Paese per vecchi, la protervia disgustosa della volgarità e dell’ignoranza al potere, dove l’amore per la bellezza è svanito nei vapori goduriosi di quei centri di wellness teledipendenti che hanno sostituito ogni forma civile di aggregazione sociale, dove l’eterna giovinezza apparente del vecchiume imperante uccide ogni giorno i giovani, con lo scippo e lo stillicidio del loro e nostro non futuro.
Nel nosocomio è una tragedia classica negata, mira dritto ad una catarsi impossibile, ogni suo pezzetto è un gesto verbale apotropaico contro un orrore privo di ogni sia pur minimo fascino konradiano, l’orrore della vita affogata nel trash, parodia del kafkismo novecentesco decaduto a ridicolo.
Nella terza parte, Dal dormitorio, si alzano sparute voci di strazio, l’esaltazione disperata che tenta un parziale riscatto nelle repliche di una antologia di Spoon River glocalizzata e alla portata di una audience da successi pop.
Nel nosocomio è il frutto atroce del lutto, del lutto per tutto, e anche del rutto per tutto.

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Rosaria Lo Russo (1964), poetrice (poeta, voce recitante e attrice), traduttrice, saggista.
Per la poesia ha pubblicato Comedia (Bompiani, 1998, con cd), Penelope (d’if, 2003), Lo Dittatore Amore (Effigie, 2004, con cd), Io e Anne. Confessional poems (d’if, 2010, con cd), Crolli (Le Lettere, 2012), Poema (1990/2000) (Zona, 2013).
Ha tradotto le poesie della statunitense Anne Sexton (Poesie d’amore, Le Lettere 1996, Poesie su Dio, Le Lettere 2003, L’estrosa abbondanza, con Edoardo Zuccato e Antonello Satta Centanin, Crocetti 1997).
Da oltre vent’anni presta la voce e il corpo alla maggiore poesia universale tenendo reading-performance in Italia e all’estero.

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Combattimento ininterrotto

31 agosto 2015

vincitore del Premio Poesia Città di Fiumicino 2017

Alessandro Ceni
Combattimento ininterrotto
le Ginestre

Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –

Una voce in rivolta ad alta intonazione, tra cedimento e responsabilità fonda un nuovo paradigma poetico. L’occhio lucido, asciutto e furente di Ceni tiene sotto osservazione il tempo e lo spazio, conculcata ogni illusione ne registra lo stato di deriva: «Né amore né dio servono questo tipo di purezza» è il verso incipitario di uno dei brani in cui il pensiero si arrovella sulla «furibonda entità», la «nevrile imminenza» di trovare la parola, l’unguento, il filo da sutura. Le cose accadono senza che il pensiero possa coglierne le ragioni, gli atti, assurdi e tragici, sono inadeguati alle possibilità e ai desideri: la natura umana in questa ultima raccolta è esclusivamente volta all’essere, come ogni natura. Quando il livellamento e l’omologazione prevalgono sull’autenticità, l’indifferenza sulla sensibilità, l’epidermide sulle vene, il pensiero diventa inane e la lingua indigente; così Ceni combatte dal piano cognitivo e linguistico causa ed effetto di ogni possibile o perduto umanesimo: riconosciuta l’inconsistenza di tutto, in un clima da fine della specie, accenti apocalittici e sapienziali, spesso metapoetici costruiscono avvenimenti aderenti alla miserabilità di un pullulare vagante più che errante, privo di forme di conservazione, e in mano ai mercatores. In questa grottesca landa schizofrenica e collassante che è divenuta la nostra stessa esistenza il grido di Ceni, compiuta dagli esordi la riduzione all’impersonalità, giunge «sotto mentite spoglie e per interposta persona», cioè attraverso azioni ad elevato tasso metaforico, dove i fitti richiami (Ovidio, Dante, Leopardi, Whitman, Dylan Thomas) mutano in un lessico specialistico o di nuovo conio attinto soprattutto dall’ornitologia, branca della zoologia cara ai poeti qui rifondata alla radice. Aironi, ardeidi, silvidi, fino a «desueti nomi di uccelli» penetrano e prolificano il resto o stoico residuo della natura per dare voce a una realtà dislocata e indistinta (utile qui fare il nome del solitario e aristocratico narratore Landolfi): gli animali, le piante, la sofferenza subita e inflitta che divide ogni possibile fratellanza. La inelaborazione del dolore, Riserva indiana, Il sale, Sconosciuto entrato in una foto sono le quattro cadenzate intense sezioni di questa importante raccolta in cui si dice la condizione lacerata, isolata, eroica e, se pur talvolta perplessamente riscattatrice, non-sperante della poesia. Il combattimento ininterrotto di Ceni crea una trama di echi, un’ecolalia che riallaccia grumi di pensiero fondante, un idioletto invasivo che resiste: una grande danza «priva di ogni gioia» fatta per definire e sottrarre. (Silvia Zoppi Garampi)

Combattimento ininterrotto
entra nella rosa del premio Viareggio 2016 poesia

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Alessandro Ceni (Firenze, 1957). I fiumi d’acqua viva (in “Poesia Uno”, Guanda, 1980); Il viaggio inaudito (Tosadori, 1981); I fiumi (Marcos y Marcos, 1985 e 1990); La natura delle cose (Jaca Book, 1991); Il pieno e il vuoto (antologia, Marcos y Marcos, 1995); Tra il vento e l’acqua (autoantologia e riflessioni, Edizioni della Meridiana, 2001); Mattoni per l’altare del fuoco (Jaca Book, 2002); La ricostruzione della casa (poesie scelte 1976-2006, Effigie, 2012); Parlare chiuso ,tuttelepoesie (Puntoacapo, 2012).

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L’ultima fede

31 agosto 2015

Marco Massimiliano Lenzi
L’ultima fede
le Ginestre

Di ognuno io porterò il tempo
come è il grido dello sterminio
contenuto già nell’infinito.
Il peccato è una luce stabile dell’apparenza,
è il passero che entra nella fucilata
oppure è un niente insostenibile
coricato nel diaframma.
Io prego da qui
che questo nulla sia inizio

Scandito in quattro raccolte, L’ultima fede affronta una lingua raffinata e preziosamente articolata, un linguaggio e un pensiero perturbante: spostamenti imprevedibili di nuclei eidetici, accoppiamento di immagini a immagini ciascuna delle quali spesso diverge, per senso e suggerimento, dall’altra, finché tale assemblaggio converge verso una unità qualitativa finale. L’assieme di tale scrittura è alchimistico. In quest’opera, c’è un autentico dramma dello spirito, che si spalanca sulla natura tragica dell’Evento (non dell’accadimento) e che attraversa tutto il testo. L’intero libro si espone alla contemplazione e meditazione di vere forze in lotta, interne ed esterne, delle quali viene “narrata” la fenomenologia. L’impatto con la Notte, con il baratro e la banalità del negativo, certo esige una Fede ultima e, di quella fede, pretende l’ultimità, cioè una sua qualità indefinibilmente definitiva. È, questa, una posizione mentale accarnata e l’autore vi innesta l’autorità del sangue. La grande poesia attinge i fondali dell’abisso, si contagia col Principio.

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Marco Massimiliano Lenzi (Pistoia, 1955) è docente, saggista e poeta. Le sue raccolte di poesie: L’improvviso (Associazione Piero Bigongiari-I Quaderni del Battello Ebbro, 2001); Il Viaggio dell’Orizzonte (Jaca Book, 2005); I camminamenti delle tenebre (in “Almanacco dello Specchio”, Mondadori, 2009).

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I dubbi la storia

31 agosto 2015

Pier Paolo Ciuffi
I dubbi la storia
le Ginestre

E da tutto questo
buttare spore, accrescere i viventi e disparire,
da questo ovattato spolpare
ho udito levarsi
gloria
senza parole udibili
se non un frizzare feroce, nelle brezze.

I suoni mesti di una chimerica creazione si alternano ai panorami amati dalla Saffo leopardiana, siti inquieti e tribolati, raggi meridiani che mettono alla prova lo sguardo imperfetto del poeta, ritmi irregolari non dominabili, sfuggenti, in cui manca sempre qualcosa per afferrarli. C’è un procedere per tentativi, un indietreggiare di fronte a ciò che è enunciato, una difficoltà a definire oltre l’apparenza, un procedimento che avanza per dissolvenze. In un Occidente certo cambiato, possiamo citare per I dubbi la storia quanto scriveva Harold Bloom sui versi di Paul Celan: »La poesia: insieme rifiuto della barbarie e affermazione (comunque la si voglia classificare) del potere della mente su qualsiasi universo di morte, sia esso naturale o nazista».

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Pier Paolo Ciuffi (Massa, 1962), giornalista. I dubbi la storia è il suo primo libro.

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Una scintilla d’oro

10 marzo 2014

Indecifrata voglia straripante
travolge la vita
catturando la colomba
nascosta nel bosco dell’amore.

kemeny

Tomaso Kemeny
Una scintilla d’oro a Castiglione Olona
e altre poesie
le Ginestre

Ma fu lì che
sentìi sgorgare le acque in grado di
risanare il mondo e vidi
tempi in cui i figli della donna
e dell’uomo ritroveranno
il rispetto di sé
chiudendo i commerci con la morte.

I versi di Tomaso Kemeny realizzano il sogno mitomodernista di determinare corrispondenze tra le varie forme di espressione artistica anche nel miraggio di un’utopia che sappia prospettare un futuro reso intenso dalla reinvenzione dell’eroico, dell’eretico e dell’erotico. Così a Castiglione Olona il condottiero magiaro Giovanni Hunyadi, che sconfisse e fermò l’armata turca a Belgrado (1456), ritorna in vita da un affresco di Masolino da Panicale; così come l’arte musicale di Mozart, Schumann, Liszt, Rossini, Poulenc e Henry Cowell, performata in modo memorabile dal pianista Antonio Ballista il 17 novembre del 2009 alla Casa della Poesia di Milano, torna sulle pagine del libro in forma di parole e l’aura della prosa di Henry Miller, figurato in versi, concorre a rivitallizzare, un panorama storico ed esistenziale oscillante tra lo stremato e il catastrofico.

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Dentro la sfera

29 gennaio 2014

Fuori – è solo gelo e spazio profondo,
che tortura. Una glaciazione dei pensieri.
Un tempo fatto di soli ieri, una bolla che racchiude
il passato e non si apre – non lascia passare
la luce della coscienza che irrora il futuro,
dispiegando le sue ali nel tempo.

Claudio Borghi
Dentro la sfera
le Ginestre

Lasciato solo a navigare
vela di sogno o luna verticale
diffondo immagini dal centro divino che irraggia
si sbriciola come un ammasso di foglie scure
bagnate sollevate dal vento – la mente
capisce sgorga fuori prende fiato
nell’abbraccio della notte che la circonda fresca
la luce limpida degli occhi si complica
diventa rami si spaventa di essere ritorna al chiuso.

Ha scritto Luigi Manzi: «Dentro la Sfera è quasi la fluida trascrizione di una energia cosmica che ci seduce non appena ne assecondiamo la danza e la finalità. […] La scrittura non ha punti d’attrito e non soffre d’artifici ma segue l’onda lunga e flessuosa delle visioni, come in una armonica coreografia in cui i testi e i versi assumono proporzioni nello slancio vitale: esso stesso colmo di significati reconditi e di seduzioni». Una sintesi visiva potrebbe essere il Limite del cerchio con farfalle di Escher: un luogo chiuso e limitato, quale appare agli occhi di un osservatore tridimensionale un cerchio disegnato su un foglio, risulta essere un luogo aperto e illimitato per le farfalle che lo abitano. Le si vede rimpicciolirsi sempre più, come se realmente potessero avvicinarsi a un centro (in altri disegni rimpiccioliscono verso la circonferenza) che non potranno mai toccare.
Lo potranno solo sublimare, crearsene una figura idealizzata e mitizzata di luogo inavvicinabile, di centro inattingibile.

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Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica nel Liceo Scientifico di Mantova. Ha pubblicato alcuni articoli scientifici su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein, che hanno suscitato interesse negli addetti ai lavori. In Effigie è uscita la sua prima raccolta di versi e prose Dentro la sfera (2014). Una selezione di inediti è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015), con una nota critica di Maria Grazia Calandrone.

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Claudio Borghi

29 gennaio 2014

· Dentro la sfera
· La trama vivente
le Ginestre

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Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica nel Liceo Scientifico di Mantova. Ha pubblicato alcuni articoli scientifici su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein, che hanno suscitato interesse negli addetti ai lavori. In Effigie è uscita la sua prima raccolta di versi e prose Dentro la sfera (2014). Una selezione di inediti è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015), con una nota critica di Maria Grazia Calandrone.

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