Posts Tagged ‘Mino Milani’

Il castello

25 ottobre 2016


DICEMBRE 2016
UNA NUOVA STORIA
DELL’IMPERIAL REGIO COMMISSARIO MELCHIORRE FERRARI

Mino Milani
Il castello
le Stellefilanti romanzi

Dal fiume si scorgeva solo una parte del muro e il tetto rosso cupo.
Tutto il resto era nascosto dal verde degli alberi.

Il commissario Melchiorre Ferrari combatte il crimine all’Imperiale e Reale Delegazione di Polizia di Pavia, con l’aiuto dei suoi fedeli gendarmi e del fedelissimo Steiner. Ha un rapporto complicato con il suo diretto superiore: il Sovrintendente barone Aloys Ziller von Taubendorf. Ossessionato dai mazziniani e timoroso di non esprimersi al meglio in italiano, il raffinato Ziller gli passa spesso la palla adducendo impegni pregressi, apparendo ipocrita o patetico, a volte umoristico. Anche Steiner riesce a far sorridere Melchiorre per la sua timidezza con le belle sighnorine e il suo italiano stentato: «Ach, io che mi ricordo che lui ha un nome che fa un po’ ridere! Come fa lui a fumare i galli?» Più spesso Steiner tenta di consolarlo: «Alles gut, sighnor commissario?»
Melchiorre, da buon pavese, non ama allontanarsi dalla sua città, per rimanere vicno al suo quartierino di Contrada Mezzabarba con le finestre aperte sul Giardino del Re. Eviterebbe ogni spostamento che dovesse comportare la carrozza: malgrado sia zoppo, dice di poter arrivare dappertutto. Quando il dovere lo chiama, si trova ad esplorare zone che non conosce, e si sente colpa: un buon questurino dovrebbe conoscere la sua città come le sue tasche.
Pavia è al confine tra il Regno di Sardegna e il Lombardo-Veneto; sul Ticino i pavesi contrabbandano solo «roba da bere e da mangiare, e giornaletti sovversivi»: lavoro di routine per la delegazione.
Routine.
Poi compare un ometto che pare l’emblema della povertà. Dopo aver fatto la propria denuncia, l’ometto silenziosamente rientra nel suo umile nulla. Ferrari avvia l’inchiesta, si ritrova così ad avanzare adagio e con fatica tra cespugli così fitti ed intricati da rendere impossibile il passo. Così da rovinarsi le scarpe, e strapparsi giacca e pantaloni. Si ritrova a pensare: ma sei proprio tu, Melchiorre, a fare queste cose? Che cosa t’è venuto in mente, Melchiorre, di fare questo mestiere? Mah, una volta mi era sembrato bello.
Poi compare un dottore: «Lombroso. Cesare Lombroso. Ma non sono ancora dottore. Lo sarò tra sei mesi e tre giorni». Così si presenta a Ferrari l’allora sconosciuto studioso. Per quanto affascinato dal personaggio, il commissario non riesce a pensare che il crimine sia una malattia congenita, portata dipinta sul viso. La notizia di un’evasione precognizzata dal Lombroso lo fa vacillare: magari il dottorino non dice cose a vanvera. Ma più razionalmente si domanda chi si sarebbe messo nell’impresa di far evadere un poveraccio, criminale nato, per di più già condannato a morte.
Melchiorre si ritrova anche ad ammirare un teschio perfettamente pulito, si sarebbe detto tirato a lucido, che Lombroso vuole portargli, a conferma delle proprie teorie.
Il giovane dottorando si dimostra anche bravo pittore: gli mostra il ritratto di una donna di cui si è innamorato e, forte dei suoi studi di fisiognomica, gli assicura che lo tradirà.
Ma quella donna fa innamorare anche i gendarmi, si chiama Teresina ed evoca in Melchiorre una sorta di inno alla giovinezza che lo farà scantonare da qualche suo solido principio.
Discutendo dei diritti della scienza e del progresso, d’amore e di pietà cristiana, alla fine Melchiorre si convince che quel giovane dottore otterrà fama e gloria.

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Il vampiro

24 ottobre 2016

Mino Milani
Il vampiro di piazza Cavagneria
e
La ricamatrice di Porta Salara
gli economici

La povera signorina Amalia era morta in quel letto, nelle lenzuola ricamate, tra i suoi adorati pizzi. Là s’era contorta sotto lo spasimo, urlando, per poi irrigidirsi ad arco, testa e piedi puntati sul letto, gli occhi sbarrati, respirando con fatica sempre crescente, sempre più atroce, cercando aria, fino a non trovarne più e morire.

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Questi due racconti di Mino Milani, Il vampiro e La ricamatrice, negli anni Ottanta aprirono la strada a quel noir storico che poi ha preso piede anche in Italia. Storico appassionato, cultore di Garibaldi e del Risorgimento, Milani integra l’accurato affresco di una città lombarda di metà Ottocento sotto il dominio austriaco con un’irriducibile curiosità “romantica” per i battitori solitari, cui lo stesso commissario Melchiorre Ferrari, ma anche la Marescialla e Ofelia, sono esemplari a tutto tondo.
Senza nessun compiacimento e, anzi, in un linguaggio asciutto che gli viene dagli amatissimi Conrad e London, Milani spinge con risoluta discrezione il commissario Ferrari sulla scena criminale.
Nel Vampiro, intrecciando la cronaca al mito transilvano, ricompone i probabili retroscena dell’ultima esecuzione di un militare austriaco avvenuta a Pavia in tempo di pace. Nella Ricamatrice, invece, il commissario Ferrari indaga sulla morte per tetano del vecchio colonnello Fraschetti – una figura bizzarra, prigioniera del mito napoleonico dopo la caduta dell’imperatore – e di sua sorella Amalia.
Partendo da documenti dell’epoca interpretati con la consueta acribia, Milani descrive la vita quotidiana di quei tempi e la popola di gente viva.
Funzionari asburgici, professori universitari, soldati austriaci, preti, popolani, prostitute sono i personaggi di due “gialli d’autore” in una città ottocentesca quieta, silenziosa, velata di nebbia e di mistero.

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Due soldati

5 aprile 2016

Mino Milani
Due soldati
il Regisole narrativa

Da ragazzo, Mino Milani ha sentito parlare della Grande guerra da un uomo che oggi, fosse vivo, avrebbe centovent’anni.
Si chiamava Carlo e di guerra non parlava volentieri.
A ventidue anni s’era trovato nell’inferno dell’Ortigara (52a divisione alpina, 12.633 tra morti, feriti e dispersi in 18 giorni di battaglia) e in tempo di trincea aveva mangiato pane e terra e respirato puzza di cadavere, prima di poter annotare sul suo diarietto, il 3 novembre 1918: «Dio, com’è grande e bella la vittoria».
Cattolico fervente era stato contrario alla guerra, ma quando gli avevano detto che era suo dovere combatterla, l’aveva combattuta, mettendocela tutta.
Scrive Mario Silvestri nel suo memorabile Isonzo 1917: «La viltà di pochi non faceva che mettere in risalto il coraggio dei moltissimi».
Quell’uomo, classe 1895, padre di Mino, nell’Italietta buonista d’oggi – che si coccola e si compiace di quei pochi – sarebbe un incompreso o forse un emarginato.
Suo figlio, oggi noto scrittore, ha scritto questo racconto pensando ai «moltissimi»: la storia di un mazziniano interventista e di un “ragazzo del ’99”.

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Due soldati e la Grande Guerra
di Luisa Voltan
Un ragazzo e un uomo, una donna e tante persone, un postino e due soldati. È dunque una storia di guerra l’ultima produzione letteraria di Mino Milani. Una storia dentro la Grande guerra, quell’avvenimento bellico a tutti noto come Prima guerra mondiale. E subito a pensare: roba di guerra, non lo leggerò. Ovvio constatare che, come in tutte le storie di guerra, anche qui, ci sono esplosioni e schegge, assordanti lamenti e odori indicibili – e qui la descrizione è semplice e al contempo terrificante. Ma in questo libro, come sempre nella scrittura di Milani, c’è molto altro: le passeggiate, prima della guerra «in un sentiero sotto gli alberi e lungo il torrente» dei ragazzi, e «abbracci, baci, naturale», prima della guerra. E le lettere che arrivano dal fronte: «il Signore mi ha tenuto la mano sulla testa e sono a scrivervi dopo che sono andato due volte all’assalto». Ci sono anche le notizie portate dal sindaco e la speranza che non bussi mai alla porta, durante la guerra. «La guerra sarebbe finita presto, no?» Inquieti i pensieri e le parole: «Entro Natale sarà finita», e poi: «ancora un anno così, e la guerra sarà finita».
I personaggi a tutto tondo non solo ci raccontano emozioni che ovviamente non vorremmo mai provare in prima persona, ma anche stimolano noi a porre domande inconsuete, noi che stiamo vivendo un tempo che appare senza guerra.
«L’idea della pace, invece, gli pareva facile e giusta», così scrive Milani del suo protagonista giovane, e gli fa dire: «Ti credevo un uomo pacifico» mentre discute col padre. Il lettore di oggi prova forse un senso d’imbarazzo all’idea di trovarsi a dover ribattere a una tale affermazione.
«Se ti richiamano e vai in guerra, vengo con te!» dice una ragazza, sorridendo: come reagirebbe a cotante parole d’amore un ragazzo di oggi?
Ma la guerra «tira vecchi tutti, anche quelli che non la combattono», la guerra è potente, la guerra tira a prendere una parte, fino a far dire: «No. Niente mangiare. Sapete che cosa dovete fare, voi due? No? allora ve lo dico io. Tornare indietro, dove il pane ve lo davano». Così inveisce la zia del ragazzo, al cospetto di due disertori, e rincara la dose: «Andare in Veneto, al vostro posto. Questo dovete fare. Via di qui!»
La grana del racconto è densa di quell’umore che è memoria raccolta in prima persona. L’invenzione sta nei passi dei protagonisti, ma il senso di ognuno di loro è travasato da quelle parole reali ascoltate dal giovane Guglielmo, non ancora scrittore. Un uomo del 1895, suo padre, anche se di guerra non parlava volentieri, riuscì a trasmettergli l’atmosfera di ciò che aveva vissuto in prima persona. Si chiamava Carlo, a ventidue anni s’era trovato nell’inferno dell’Ortigara, aveva mangiato pane e terra e respirato gli odori della trincea. Cattolico fervente era stato contrario alla guerra, ma quando gli avevano detto che era suo dovere combatterla, l’aveva combattuta, «per finire il lavoro dei nostri vecchi. Loro hanno cominciato a mettere insieme l’Italia e noi la finiremo», per dirla con le parole che Milani usa nel racconto. E ancora una volta c’è un pensiero da comprendere, c’é un’idea da rimuginare in questo piccolo libro.
Ma come va a finire? Il 3 novembre 1918, Carlo Milani annotò sul suo diario: «Dio, com’è grande e bella la vittoria». Nella narrazione di Mino Milani, prima della fine, c’è la battaglia, ci sono i soldati e gli ufficiali, ci sono le armi, c’è la morte. Nei luoghi in cui anche l’algido Hemingway provò l’esperienza bellica, siamo travolti con i soldati da polveri e odori, dolori e speranze; ascoltiamo con loro terribili ordini di morte: «E quando ordino “Fuoco”, voi sparate! Sparate».
Non lontani i tempi in cui il generale Garibaldi, tanto conosciuto quanto amato da Milani, ordinava ai propri soldati di far fuoco, non prima di avere il nemico vicino, non prima di aver visto il bianco dei suoi occhi. Qui invece l’ufficiale è perentorio: «Non pensate di sparare a qualcuno: sparate e basta!».
Fra queste righe, prima della fine, leggiamo altrettanto terribili parole di consolazione: «Avrebbe anche pianto, non fosse stato un ufficiale. Aveva un gran sonno. Non voleva dormire. Accese una candela, trasse dal suo zaino un quadernetto, con una matita copiativa cominciò a scrivere…»
Ma come va a finire? «Anche se le guerre non servono a nulla, i soldati le devono fare», dice a se stesso il ragazzo. Il libro finisce e si ricomincia a pensare.

Mino Milani: La guerra non serve a nulla ma i soldati meritano rispetto
Il primo conflitto mondiale nell’ultimo lavoro che sarà in libreria da giovedì. Storia di un giovane contrario alla violenza che si batte perché è il suo dovere
di Filiberto Mayda
Ci sono la Grande Guerra con i suoi morti, con gli atti di eroismo, le lacrime, il cameratismo; una piccola, delicata ma robusta storia d’amore; la dolorosa incomprensione tra padre e figlio; un bel pezzo di storia del nostro Paese con tutte le contraddizioni forse ancora oggi irrisolte. Eppure l’ultimo libro di Mino Milani, orgoglioso ottantottenne scrittore, si legge tutto d’un fiato con le sue cento, dense pagine. Il titolo Due soldati” (edizioni Effige, 100 pagine, 12 euro), in libreria da giovedì richiama da un lato la storia stessa, dall’altra ricorda che Milani fu soldato e soldato fu suo padre Carlo a cui è dedicato il lungo racconto. Un testo in cui Mino Milani, senza forzare la retorica, lascia spazio ai gesti coraggiosi, alle scelte difficili, senza aver paura di far dire con fierezza a un diciottenne fino a quel momento contrario alla guerra che lui «era figlio di un soldato».
Mino Milani, è il primo libro non ambientato a Pavia. Anzi, tutto inizia in un non meglio specificato «paese abbastanza grosso tra la fonda campagna e la città». Come mai questascelta?
Perché questa volta volevo sì raccontare una storia, che è quello che mi piace fare, ma anche ribadire che non si deve confondere la guerra con i soldati, il male della guerra, spesso inevitabile, con chi è costretto o sceglie di combatterla. Come scrivo nel libro, «anche se le guerre non servono a nulla, i soldati le devono fare». E’ stato così per mio padre Carlo, così è stato per me. Era un cattolico tosto, mio padre, era contrario all’intervento, ma quando fu chiamato disse: vado, è mio dovere. Ecco, vorrei che per le persone come lui, che sono morte o l’hanno scampata combattendo in guerra, ci fosse rispetto, rispetto per la scelta che hanno fatto.
L’Intero racconto è pervaso, se possiamo dire così, di semplicità e chiarezza. Pur essendoci diverse storie che in qualche modo si intrecciano, alla fine prevale la linearità della narrazione.
La mia intenzione era proprio questa: raccontare la vicenda di un giovane uomo che, fedele ai suoi ideali, va a combattere, anche eroicamente, la guerra che certamente non voleva. Una scelta, prima contrastata dal figlio adottivo, poi compresa.
Nel raccontare le battaglia, ha parole dure per fi generale Cadorna, lo liquida, di fatto, con questa frase: «A guidare nostri soldati erano comandanti che valevano poco».
Mio padre non lo sopportava. A soli ventidue anni aveva combattuto nell’inferno dell’Ortigara (oltre 12mila morti e feriti in 18 giorni di battaglia su quelle montagne del Veneto) e sapeva bene di cosa parlava. Ricordo che anni fa venne qui il nipote di Cadorna, in un incontro in cui c’ero anch’io. Mi fu chiesta un’opinione, io dissi che mio padre si rabbuiava quando si parlava di Cadorna. Il nipote la prese male, lessi il suo labiale e non ebbe belle parole per me. Ma i fatti sono i fatti, i nostri soldati furono mandati al macello.
Italiani coraggiosi, nella Grande Guerra, ma che disperazione, che tragedie.
Terribili, ma quando la guerra arriva bisogna combatterla. Anche se poi lascia segni profondi, anche nella storia. Vede, ho sempre sostenuto che gli italiani non siano riusciti ad opporsi al fascismo perché, potremmo dire, il meglio della gioventù morì nelle trincee e non ci furono le forze, anche intellettuali, di dare alternative. E poi, se possibile, ci sono guerre peggiori delle altre. Lo compresi con chiarezza quando, molto tempo fa, conobbi una famiglia spagnola e mi raccontarono gli orrori della guerra civile. Ecco, quando si combatte tra connazionali credo che sia davvero terribile, e spesso il peggio degli uomini viene fuori in queste situazioni. Penso, ad esempio, alla guerra contro il brigantaggio: ci furono delle tali violenze, da una parte e dall’altra… Ecco, italiani contro italiani, davvero orribile.
Come fu il periodo della Repubblicadi Salò?
Ne scrissi in un libro. Approfondii quella fase della storia negli ultimi anni Cinquanta.All’epoca scrivevo per il “Corriere dell’Informazione” e lavoravo alla Biblioteca Bonetta, a Pavia. Ricordo che fui contattato dalla sorella di Umberto Ceva, martire della Resistenza originario di Pavia che morì in carcere. Lei aveva ottenuto una borsa di studio per una ricerca sulla Resistenza in Oltrepo e io l’aiutai. Ho così potuto conoscere bene quella fase della nostra storia, incontrando personaggi come Italo Pietra, Domenica Mezzadra e altri ancora. Ci furono persone eccezionali, ma anche delinquenti, da una parte e dall’altra.
Questo suo libro, dunque, è anche una testimonianza del coraggio degli italiani.
Sì, credo e sono convinto che gli italiani siano sempre stati migliori di come ci hanno voluti dipingere e di come, purtroppo, ci dipingiamo noi stessi. Ho cercato, con semplicità, di dare un mio contributo per ricordare il coraggio di tanti connazionali.
“La Provincia Pavese”, 17 maggio 2016

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Storia ingrata

18 settembre 2015

una inchiesta inedita
dell’Imperial Regio commissario Melchiorre Ferrari
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“Quanto accadde dopo, lo si poté ricostruire solo più tardi, non certo in quei momenti d’orrore”

Mino Milani
Storia ingrata
le Stellefilanti romanzi

Uno studente in Farmaceutica con molte assenze, sighnorine belle ciccione e una vedova gentile che gestisce una pensione… Tra cortili fioriti e acciottolati lindi Melchiorre Ferrari si misura con questi e altri ben più inquietanti personaggi, durante un’insolita indagine, in cui si trova a leggere lettere profumate e sgrammaticate, ma anche altre lettere senza profumo e molto ben scritte. L’Imperial Regio Commissario, frastornato anche da altri odori assai più sgradevoli, svolge il suo compito e scopre verità scomode. Con i suoi metodi poco ortodossi – che «dovrebbero insegnarli anche a Vienna» – riuscirà Melchiorre a mettere il punto finale a questa storia, per lui troppo ingrata? Riuscirà il Commissario ad assicurare alla giustizia i responsabili dei terribili e incomprensibili accadimenti?

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L’Imperial Regio commissario Melchiorre Ferrari
Un’altra sconfitta Ferrari
L’annegata di Borgobasso
Il castello
Come fu
La donna che non c’era
Dopo trent’anni
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Il vampiro

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Antonella

22 aprile 2015

Filemone e Bauci,
te li ricordi? Vedrai.
Come loro diventeremo vecchissimi
e alla fine
ci trasformeranno in alberi;
tu che cosa vorresti essere,
la quercia o il tiglio?

Antonella
in ricordo di Antonella Jenny Griziotti
fuori collana
.

Ore 9 e 30 dell’otto febbraio 2013.
Eravamo noi due soli, quando una voce che io non udii le ordinò: «Vieni dentro e lascia il giuoco».
Antonella obbedì, come era stata abituata a fare, senza lamento, e senza chiedere un solo minuto in più.

Indice
· Antonella
di Arturo Colombo
· La chirurgia della grande obesità
di Carlo Vassallo
· Il gabbiano per me non aveva parenti
di Gian Paolo Calchi Lovati
· Antonella tra memoria e storia
di Marina Tesoro
· Le due nonne dalla Grande Russia
di Nicoletta Visentin
· «Vieni dentro e lascia il gioco»

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Storia avventurosa di Pavia

9 ottobre 2014

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Mino Milani
Storia avventurosa di Pavia
a cura di Giovanni Giovannetti e Luisa Voltán
Visioni

Pavia svetta verso le nubi con una fitta trama di torri, e dispone verso ogni direzione di una vista senza impedimenti e libera, tanto che non so se alcuna città, tra quelle poste in pianura, ne abbia una di più aperta e piacevole. Quasi senza che tu debba piegare il viso, ti stanno sotto gli occhi di qui le innevate giogaie delle Alpi, di là i frondosi colli dell’Appennino. Lo stesso Ticino, scendendo con liete tortuosità e affrettandosi a mescolarsi con il Po, scorre davanti alla città scivolando lungo la parte più bassa delle mura, e col suo rapido movimento rallegra gli abitanti. Le due sponde sono unite da un ponte di pietra di mirabile fattura: il fiume è, come dice la fama e prova il fatto, di tutti il più limpido e
scorre con mirabile velocità, benché qui giunga quasi già stanco per il suo fluire affrettato, dopo aver perso qualcosa del suo nitore nativo, perché procede più lento per la vicinanza dell’acqua del più celebre Po… (Francesco Petrarca)

Si può fare grande storia anche a partire da un luogo. Con peculiare estro narrativo Mino Milani lo riafferma con questa sua monumentale Storia avventurosa di Pavia. Nel solco della cinquecentesca Historia Ticinensis di Bernardo Sacco, o della coeva Historia dell’antichità, nobiltà et delle cose notabili della città di Pavia di Stefano Breventano, Milani aggiorna quel millenario orizzonte italiano ed europeo di cui la città fu a lungo protagonista: capitale di regno e perciò politicamente autorevole, operosa nei commerci, sede di conio romano e imperiale, Pavia fu «fiera e irriducibile» e quindi libera; e i Pavesi determinati a lottare pur di essere liberi. Perduta l’indipendenza, non mancheranno secoli bui, ma nell’Ottocento ritroveremo numerosi Pavesi fra i volontari di Garibaldi nell’irripetibile stagione delle guerre risorgimentali. Storia avventurosa dunque, qui illustrata da oltre cento puntuali immagini su luoghi e fatti d’arme (in buona parte opera del grande Lodovico Pogliaghi); impreziosita dai visionari disegni trecenteschi di Opicino de’ Canistris, unici nel loro genere; dagli schizzi “pavesi” di Leonardo da Vinci; da rare vedute in silografia; da episodi della storia cittadina romanticamente o realisticamente affrontati da alcuni tra più autorevoli pittori dell’Ottocento

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Guglielmo Milani detto Mino, nasce a Pavia il 3 febbraio del 1928. Giornalista, scrittore, fumettista e storico, si laurea in lettere moderne nel 1950, con una tesi sul brigantaggio nelle Calabrie. Assunto dalla Biblioteca Civica di Pavia, ne diviene direttore e vi lavora fino al 1964. La sua attività di giornalista e scrittore inizia nel 1953 con saltuarie collaborazioni al “Corriere dei Piccoli”, di cui poco dopo diventa uno dei più importanti ed apprezzati redattori, fino al 1977. Fra le sue opere, fondamentali le avventure di Tommy River e di Martin Cooper; e le collaborazioni con i più importanti disegnatori italiani, tra i quali Hugo Pratt, Milo Manara e Grazia Nidasio. Nel 1978 assume la direzione del quotidiano “La Provincia Pavese”, incarico che in seguito lascia per dedicarsi alla scrittura: romanzi, saggi e biografie. I suoi Fantasma d’amore (Rizzoli, 1997) e Selina (Mondadori, 1980) vengono trasposti in film da Dino Risi e da Carlo Lizzani. Rivestono particolare importanza i suoi testi storici, come la monumentale Biografia critica di Giuseppe Garibaldi (Mursia, 1982).

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Mino Milani

15 ottobre 2013

Guglielmo Milani detto Mino, nasce a Pavia il 3 febbraio del 1928. Giornalista, scrittore, fumettista e storico, si laurea in lettere moderne nel 1950, con una tesi sul brigantaggio nelle Calabrie. Assunto dalla Biblioteca Civica di Pavia, ne diviene direttore e vi lavora fino al 1964. La sua attività di giornalista e scrittore inizia nel 1953 con saltuarie collaborazioni al “Corriere dei Piccoli”, di cui poco dopo diventa uno dei più importanti ed apprezzati redattori, fino al 1977. Fra le sue opere, fondamentali le avventure di Tommy River e di Martin Cooper; e le collaborazioni con i più importanti disegnatori italiani, tra i quali Hugo Pratt, Milo Manara e Grazia Nidasio. Nel 1978 assume la direzione del quotidiano “La Provincia Pavese”, incarico che in seguito lascia per dedicarsi alla scrittura: romanzi, saggi e biografie. I suoi Fantasma d’amore (Rizzoli, 1997) e Selina (Mondadori, 1980) vengono trasposti in film da Dino Risi e da Carlo Lizzani. Rivestono particolare importanza i suoi testi storici, come la monumentale Biografia critica di Giuseppe Garibaldi (Mursia, 1982).

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14 ottobre 2013

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Mino Milani
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«Non vieni?» gli chiese. Lui sentì come una voce dirgli: «Se scendi, sei perduto»

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Guglielmo Milani detto Mino, nasce a Pavia il 3 febbraio del 1928. Giornalista, scrittore, fumettista e storico, si laurea in lettere moderne nel 1950, con una tesi sul brigantaggio nelle Calabrie. Assunto dalla Biblioteca Civica di Pavia, ne diviene direttore e vi lavora fino al 1964. La sua attività di giornalista e scrittore inizia nel 1953 con saltuarie collaborazioni al “Corriere dei Piccoli”, di cui poco dopo diventa uno dei più importanti ed apprezzati redattori, fino al 1977. Fra le sue opere, fondamentali le avventure di Tommy River e di Martin Cooper; e le collaborazioni con i più importanti disegnatori italiani, tra i quali Hugo Pratt, Milo Manara e Grazia Nidasio. Nel 1978 assume la direzione del quotidiano “La Provincia Pavese”, incarico che in seguito lascia per dedicarsi alla scrittura: romanzi, saggi e biografie. I suoi Fantasma d’amore (Rizzoli, 1997) e Selina (Mondadori, 1980) vengono trasposti in film da Dino Risi e da Carlo Lizzani. Rivestono particolare importanza i suoi testi storici, come la monumentale Biografia critica di Giuseppe Garibaldi (Mursia, 1982).

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Il vampiro

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Guglielmo Milani detto Mino, nasce a Pavia il 3 febbraio del 1928. Giornalista, scrittore, fumettista e storico, si laurea in lettere moderne nel 1950, con una tesi sul brigantaggio nelle Calabrie. Assunto dalla Biblioteca Civica di Pavia, ne diviene direttore e vi lavora fino al 1964. La sua attività di giornalista e scrittore inizia nel 1953 con saltuarie collaborazioni al “Corriere dei Piccoli”, di cui poco dopo diventa uno dei più importanti ed apprezzati redattori, fino al 1977. Fra le sue opere, fondamentali le avventure di Tommy River e di Martin Cooper; e le collaborazioni con i più importanti disegnatori italiani, tra i quali Hugo Pratt, Milo Manara e Grazia Nidasio. Nel 1978 assume la direzione del quotidiano “La Provincia Pavese”, incarico che in seguito lascia per dedicarsi alla scrittura: romanzi, saggi e biografie. I suoi Fantasma d’amore (Rizzoli, 1997) e Selina (Mondadori, 1980) vengono trasposti in film da Dino Risi e da Carlo Lizzani. Rivestono particolare importanza i suoi testi storici, come la monumentale Biografia critica di Giuseppe Garibaldi (Mursia, 1982).

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Storia di Tundra

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Vita avventurosa di Tiziano Marchesi
le Zanzare

Una vita vissuta avventurosamente tra mare e terre lontane. Il tiratore scelto della Marina militare Tiziano Marchesi da Lungavilla era «forte, resistente e cioè capace di sopportare senza lagna freddo, caldo, azione o ozio, magari anche fame e sete; capace di prenderle e di darle. E anche bello». Così viene descritto l’uomo che – nei giorni della Resistenza – sarà Tundra, l’irriducibile comandante dell’omonima brigata. Perché questo nome? «La tundra, probabilmente, Tiziano non l’aveva mai vista; non c’è notizia che nei suoi viaggi, si sia spinto fino ad essa, il confine, il limite tra la terra che esprime ormai solo erba e piccoli fiori, e i grandi ghiacci polari ed eterni». Il partigiano Tundra oggi si fatica a ricordarlo. Sarà per quella sua ostentata autonomia; sarà perché l’unica sua bandiera rimarrà sempre il tricolore, emblema di libertà.

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Guglielmo Milani detto Mino, nasce a Pavia il 3 febbraio del 1928. Giornalista, scrittore, fumettista e storico, si laurea in lettere moderne nel 1950, con una tesi sul brigantaggio nelle Calabrie. Assunto dalla Biblioteca Civica di Pavia, ne diviene direttore e vi lavora fino al 1964. La sua attività di giornalista e scrittore inizia nel 1953 con saltuarie collaborazioni al “Corriere dei Piccoli”, di cui poco dopo diventa uno dei più importanti ed apprezzati redattori, fino al 1977. Fra le sue opere, fondamentali le avventure di Tommy River e di Martin Cooper; e le collaborazioni con i più importanti disegnatori italiani, tra i quali Hugo Pratt, Milo Manara e Grazia Nidasio. Nel 1978 assume la direzione del quotidiano “La Provincia Pavese”, incarico che in seguito lascia per dedicarsi alla scrittura: romanzi, saggi e biografie. I suoi Fantasma d’amore (Rizzoli, 1997) e Selina (Mondadori, 1980) vengono trasposti in film da Dino Risi e da Carlo Lizzani. Rivestono particolare importanza i suoi testi storici, come la monumentale Biografia critica di Giuseppe Garibaldi (Mursia, 1982).

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