Poesie

dicembre 2016

Christine Lavant
Poesie scelte da Thomas Bernhard
Traduzione di Anna Ruchat
le Meteore

So bin ich Haus und Hof und Brotgerüst
und manchmal auch ein ganz geheimer Hügel,
wo meine Feindsal dunkle Trauben trägt,
damit die Heiligen Zigeuner werden.

Così io sono casa e corte e impalcatura del pane
e a volte anche una segretissima collina
dove la mia ostilità produce frutti oscuri
affinché i santi possano diventare zingari.

Questo libro propone una scelta di poesie – finora inedite in Italia – tratte dalle quattro principali raccolte dell’austriaca Christine Lavant.
Nel 1987 Thomas Bernhard, che stava curando la silloge, scrisse al suo editore tedesco: «La nostra poetessa è tra le più interessanti e merita di essere conosciuta nel mondo intero».

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Christine Lavant (pseudonimo, di Christine Habernig-Thonhauser) era nata a St. Stefan, nella valle del Lavant, il 4 luglio 1915.
Ultima di nove figli di una poverissima famiglia carinziana, iniziò a scrivere molto presto ma pubblicò solo a partire dal 1948 (il racconto lirico Das Kind), fissando subito la sua tematica su persone umili e diseredate, come dimostrano anche i successivi Das Krüglein (1949), Baruscha (1952), Die Rosenkugel (1956), Das Ringespiel (1963), Nell (1969).
Compose, con accenti del tutto spontanei, raccolte di poesie, inizialmente sotto l’influsso di Rilke, poi sempre in progressiva autonomia, cioè sempre più elementari ed essenziali (Die unvollendete Liebe, 1949; Die Bettlerschale, 1956; Spindel im Mond, 1959; Der Pfauenschrei, 1962; Hälfte des Herzens, 1966).
Fin dal 1954 i suoi libri sono insigniti di premi e riconoscimenti.
Christine Lavant muore il 7 giugno 1973.

Il mio destino si è separato da me
di Roberto Galaverni
Non ci si poteva probabilmente augurare l’edizione italiana di un poeta migliore. Ci riferiamo a Christine Lavant, di cui è appena stata pubblicata una raccolta antologica, Poesie, nella traduzione di Anna Ruchat (Effigie). Il volume ripropone la scelta approntata nel 1987 per un’edizione tedesca nientemeno che da Thomas Bernhard, che intendeva così rendere giustizia al valore di queste poesie, nonché all’inusuale integrità e insieme al radicalismo della vicenda esistenziale e artistica della scrittrice austriaca. «Si tratta — aveva chiarito Bernhard — della testimonianza elementare di un essere umano strapazzato da tutti gli spiriti celesti, un essere umano, che altro non è se non grande letteratura, meno conosciuta nel mondo di quanto meriterebbe».
A trent’anni di distanza, tutte queste ragioni possono essere riprese alla lettera. Il suo cognome da ragazza in realtà era Thonhauser, mentre lavarti è lo pseudonimo adottato da Christine in omaggio alla valle della Carinzia in cui era nata nel 1915 (morirà nel 1973). Ultima dei nove figli di una famiglia estremamente povera, fin da subito molto malata — «smilza e avida di miracoli», come dirà in un suo verso —, è stata un’autodidatta, a cominciare dalla folgorazione ricevuta dalla lettura di Rilke, che poi resterà sempre il suo riferimento più importante.
Rispetto alla letteratura in lingua tedesca è comunque un’austriaca del Sud, un’appartata, una meridionale. E anche se a quest’aspetto si legano alcune peculiarità divenute quasi una piccola leggenda, non c’è dubbio che la Carinzia intrida in profondità i suoi versi: il senso di separatezza, l’educazione cattolica fortemente conservatrice, la Bibbia, le preghiere, le tradizioni e le pratiche di un mondo contadino arcaico, i canti e i detti popolari, la credenza nei sogni, la percezione animistica del mondo creato, quasi ai limiti della stregoneria, la densità metaforica dell’immaginario (la «scrittura d’immagini» che ritorna pressoché in tutte le sue liriche). «Questi giorni non diventeranno vita./ Forse già nel ventre di mia madre il mio destino/ s’è coraggiosamente separato da me»: secondo la più classica delle scintille poetiche (basti pensare al nostro Leopardi), la Lavant ha fatto della sconfessione reciproca tra la promessa di felicità e l’inadempienza della vita il fulcro della sua poesia.
«È stata distrutta e tradita dalla propria fede cristiano-cattolica», ha scritto ancora Bernhard. Ma ciò che più stupisce è l’estremismo e insieme la totalità di questo contrasto. «Mi hai strappato fuori da ogni gioia,/ ma io ne soffrirò soltanto,/ solo e unicamente, finché/ ne avrò voglia, Signore./ In uno stato di ferocissima superbia/ e furibonda audacia ti sto davanti».
Le poesie della Lavant hanno il carattere di una continua sfida. E come la bestemmia può anche valere come un’invocazione rovesciata, cosi il suo tono più proprio sta tra la preghiera e la maledizione, tra la santità e il sacrilegio. «Chissà se la stella gracile è esplosa per orgoglio?», si chiede. Fierezza e vergogna, audacia e senso di colpa, dunque. Ma in ogni caso, che parli dell’infimo della condizione umana o guardi dal basso alle costellazioni, che
nel suo costante riferimento a un “tu” si rivolga a Dio, o volta a volta alla propria anima, al cuore, all’amore, al corpo, alla vita, al creato, o ancora, come spesso accade, direttamente al lettore, la sua intonazione risulta sempre alta, energica, combattiva, senza mezze misure.
Anche nel profondo dell’abisso, il canto della Lavant possiede comunque, e a volte tanto di più, un’esultanza intima capace di vivere in presenza e malgrado il dolore. Così, se il particolare cattolicesimo dell’Austria più profonda costituisce il sistema dato, si può dire che la libertà della poesia rappresenti per la Lavant la possibilità di una prospettiva diversa e alternativa. Da questo punto di vista, la sua disposizione poetica è tutta in attacco. La poesia non viene intesa come lamento, discorso sulla sofferenza, riparazione delle ferite, ma è avvertita in ogni fibra come forza propositiva, vigore spirituale, conoscenza, esortazione, perfino come salute e come riscatto.
In uno splendido componimento ricco di echi danteschi, che Bernhard non ha però antologizzato, le stelle non a caso vengono ripescate dall’inferno. E davaero in alcune poesie la voce poetica sembra avere attraversato l’apocalisse. «Voglio finalmente sapere tutto del dolore!», grida in uno dei suoi testi più noti. La Lavant è intrepida, non ha paura, non fa calcoli. E non ha neppure la preoccupazione, lei che pure era entrata in contatto con le avanguardie viennesi, di risultare attuale, contemporanea, diversamente in questo dall’altra grande e più celebrata sua conterranea, Ingeborg Bachmann.
Nei versi della Lavant scorre invece qualcosa di fiero, d’indomito, di furioso. Eppure le me poesie, che intrecciano sogni e visioni, che rovesciano le dimensioni, i punti di riferimento consueti, le coordinate fisiche e morali del paesaggio terrestre e celeste, in molti casi sembrano scritte col compasso. La visionarietà della Lavant è precisissima, non possiede nulla di arbitrario. Questa pare la virtù più grande e originale della sua poesia.
Le rime, spesso ardite e imprevedibili, un po’ pazze, seguono in realtà la necessità della visione e del ragionamento. Allo stesso modo agli attacchi, tante volte formidabili — «La mia debolezza si serve di me», «Che notte senza testa!», «Questa notte era un lupo —/ forse la prossima sarà una mela?» —, segue poi un implacabile approfondimento dell’immagine e delle relazioni metaforiche, come se il poeta continuasse a battere sul proprio chiodo per piantarlo sempre più a fondo.
Non ci sono dubbi: alcune riuscite della Lavant devono essere considerate tra le più alte della poesia europea del secondo Novecento: «La mia ombra sa camminare sull’acqua,/ basta che la luna o ll sole siano nella giusta posizione/ allora la mia ombra brilla all’apice./ Questo brillare ovviamente è solo vanità,/ e non può riscaldare, non può mai essere reale,/ ma qualche volta è merito suo se una semplice pietra/ irradia riflessi argentati di fronte alle altre». [Corriere della sera, LA LETTURA, 31 dicembre 2016]

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