Combattimento ininterrotto

Alessandro Ceni
Combattimento ininterrotto
le Ginestre

Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –

Una voce in rivolta ad alta intonazione, tra cedimento e responsabilità fonda un nuovo paradigma poetico. L’occhio lucido, asciutto e furente di Ceni tiene sotto osservazione il tempo e lo spazio, conculcata ogni illusione ne registra lo stato di deriva: «Né amore né dio servono questo tipo di purezza» è il verso incipitario di uno dei brani in cui il pensiero si arrovella sulla «furibonda entità», la «nevrile imminenza» di trovare la parola, l’unguento, il filo da sutura. Le cose accadono senza che il pensiero possa coglierne le ragioni, gli atti, assurdi e tragici, sono inadeguati alle possibilità e ai desideri: la natura umana in questa ultima raccolta è esclusivamente volta all’essere, come ogni natura. Quando il livellamento e l’omologazione prevalgono sull’autenticità, l’indifferenza sulla sensibilità, l’epidermide sulle vene, il pensiero diventa inane e la lingua indigente; così Ceni combatte dal piano cognitivo e linguistico causa ed effetto di ogni possibile o perduto umanesimo: riconosciuta l’inconsistenza di tutto, in un clima da fine della specie, accenti apocalittici e sapienziali, spesso metapoetici costruiscono avvenimenti aderenti alla miserabilità di un pullulare vagante più che errante, privo di forme di conservazione, e in mano ai mercatores. In questa grottesca landa schizofrenica e collassante che è divenuta la nostra stessa esistenza il grido di Ceni, compiuta dagli esordi la riduzione all’impersonalità, giunge «sotto mentite spoglie e per interposta persona», cioè attraverso azioni ad elevato tasso metaforico, dove i fitti richiami (Ovidio, Dante, Leopardi, Whitman, Dylan Thomas) mutano in un lessico specialistico o di nuovo conio attinto soprattutto dall’ornitologia, branca della zoologia cara ai poeti qui rifondata alla radice. Aironi, ardeidi, silvidi, fino a «desueti nomi di uccelli» penetrano e prolificano il resto o stoico residuo della natura per dare voce a una realtà dislocata e indistinta (utile qui fare il nome del solitario e aristocratico narratore Landolfi): gli animali, le piante, la sofferenza subita e inflitta che divide ogni possibile fratellanza. La inelaborazione del dolore, Riserva indiana, Il sale, Sconosciuto entrato in una foto sono le quattro cadenzate intense sezioni di questa importante raccolta in cui si dice la condizione lacerata, isolata, eroica e, se pur talvolta perplessamente riscattatrice, non-sperante della poesia. Il combattimento ininterrotto di Ceni crea una trama di echi, un’ecolalia che riallaccia grumi di pensiero fondante, un idioletto invasivo che resiste: una grande danza «priva di ogni gioia» fatta per definire e sottrarre. (Silvia Zoppi Garampi)

Combattimento ininterrotto
entra nella rosa del premio Viareggio 2016 poesia

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Alessandro Ceni (Firenze, 1957). I fiumi d’acqua viva (in “Poesia Uno”, Guanda, 1980); Il viaggio inaudito (Tosadori, 1981); I fiumi (Marcos y Marcos, 1985 e 1990); La natura delle cose (Jaca Book, 1991); Il pieno e il vuoto (antologia, Marcos y Marcos, 1995); Tra il vento e l’acqua (autoantologia e riflessioni, Edizioni della Meridiana, 2001); Mattoni per l’altare del fuoco (Jaca Book, 2002); La ricostruzione della casa (poesie scelte 1976-2006, Effigie, 2012); Parlare chiuso ,tuttelepoesie (Puntoacapo, 2012).

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