Posts Tagged ‘il Regisole’

Notturno buffo

7 settembre 2017

settembre 2017

La profonda virtù consolatoria del gelato di fronte alle grandi derive della vita non è sgualcita nemmeno dal fatto che noi con il gelato ci lavoriamo e spesso ci viene a noia.

Giorgio Mascitelli
Notturno buffo
il Regisole

Qual è la verità poetica di un gelataio in preda a dilemmi esistenziali o di un antiquario precario o di un postino in fuga dai cani di ville pretenziose?
I racconti di Notturno buffo mettono in scena situazioni comiche che derivano dalla malinconia delle vite ultramoderne dei loro personaggi. I tic della nostra società qui rappresentati in maniera straniata e divertita sono per noi occasione di un sorriso, ma diventano per i protagonisti un fardello tanto insopportabile quanto ridicolo.
Ecco allora un fiorire di disavventure e di catastrofi minime che punteggiano le esistenze improbabili, eppure tipiche del postino, del gelataio e di tanti altri ancora. Eppure questo campionario di un’umanità stramba e un po’ balenga non è nient’altro che l’immagine deformata, come se fosse riflessa da uno specchio ammaccato e incrinato dopo un trasloco frettoloso, di quello che rischieremmo di diventare noi a seguire le regole, esplicite o sottointese, di questo nostro tempo.

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Giorgio Mascitelli (1966) ha pubblicato i romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e la raccolta di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Il racconto Piove sempre sul bagnato (2008) è apparso in volume autonomo. Il compositore Giovanni Cospito ha tratto dal suo racconto Ancora un Incendiario?! l’omonimo spettacolo musicale (2002). Attualmente è redattore dei blog culturali Alfabeta2 e Nazione Indiana.

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Ventriloquio della crisi

23 dicembre 2016

gennaio 2017

Roberta Salardi
Ventriloquio della crisi
il Regisole narrativa
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La voce narrante di una vecchietta arteriosclerotica racconta in un flusso quasi inarrestabile a un coro di pensionati ascoltatori e commentatori le alterne vicende di figli e nipoti fra squarci umoristici e visioni drammatiche dell’Italia di questi anni.
Ne risulta un confronto con la storia del presente espresso in un linguaggio teso come un elastico, pieno di contorsioni, lapsus, trasgressioni, improvvisi abbassamenti e innalzamenti di senso, con continui slittamenti di piano dalla narrazione della vita vissuta al discorso mediatico che l’avvolge e stravolge, restandone a sua volta variamente rimasticato e triturato.

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Qui come altrove

30 maggio 2016

Qui come altrove, c’è la donna che ruba il tempo e se lo mette via

Zena Roncada
Qui come altrove
La donna che ripara i sogni e altre storie
il Regisole narrativa

Poesia in forma di racconto, per un’epica sottovoce.
Le storie di Zena Roncada della poesia hanno lo stupore, l’incantamento e la precisione della lingua che restituisce a ciascun personaggio l’unicità e il senso dell’esserci.
Del racconto mantengono l’impianto e lo spazio: centurie ordinarie e minime del quotidiano nello spazio del margine, del sottobosco e del sottobanca.
Vite di terracqua che la memoria conserva e condivide dando loro un nome.
È una manciata di epifanie e semi: uomini e donne, vecchi vecchie e giovani – quello che pianta gli alberi o ripara i sogni, vende gli anni usati o ascolta la voce delle stoffe – sono creature speciali perché sono il loro talento, con l’aura della singolarità in un “qui” che è specchio e irradia fino a fare l’altrove.
Hanno una virtù, una vocazione a stare nel mondo ed inscrivono la loro piccola traccia di silenziosa santità.
Filare il dolore o accordare le speranze sono mestieri inusitati, dal sapore antico ma sempre nuovi, come appartengono al tempo di ciascuno il saper dire «così non si può più» o l’abitare il proprio sogno.

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Zena Roncada, insegnante, vive a Sermide.
È autrice di diversi testi per la scuola, pubblicati dalla casa Editrice SEI di Torino.
Si occupa, con saggi e corsi d’aggiornamento, di semiotica, linguistica e didattica dell’italiano.
Da più di dieci anni affida la sua scrittura ad un blog, con il nickname di Colfavoredellenebbie.
Presso Pentagora, nel 2013, è uscito il suo primo volume di racconti: Margini.

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Bestie come noi

30 maggio 2016

Annalisa Gimmi
Bestie come noi
il Regisole saggistica

Animali macellati dopo una vita innaturale, segregati in spazi angusti e in costante sofferenza; animali in gabbia, vittime di sperimentazioni, oggi tanto crudeli quanto inutili. Animali uccisi per un trofeo.
Animali umiliati, abusati e privati della vita per il nostro divertimento o per la nostra vanità.
Ma fortunatamente c’è chi sta tentando di cambiare le cose, ammettendo che tutto questo è inaccettabile da parte di una società civile.
«Un movimento di liberazione esige un’espansione dei nostri orizzonti», ha scritto nel 1975 il filosofo australiano Peter Singer, il teorico della liberazione animale.
Così l’essere umano, dopo aver combattuto per un’apertura della sua mente nei confronti dell’altro (il diverso, il nero, la donna, lo straniero), sta ora ingaggiando una nuova battaglia che espanda gli orizzonti della sua coscienza verso i non umani, riconoscendo agli animali quel diritto alla vita e al benessere da cui nei secoli li ha sistematicamente esclusi.
Questo libro vuole suggerire spunti di riflessione su quanto c’è ancora da fare perché il rispetto della vita possa davvero definirsi tale; e sulle opportunità (a volte straordinarie) che la collaborazione uomo-animale può invece offrire.

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Annalisa Gimmi si è a lungo occupata di letteratura e di editoria del Novecento, pubblicando studi su vari autori, tra cui Aldo Palazzeschi, Dino Campana, Franco Loi; e dedicandosi a ricerche bibliografiche (Bibliografia di Alfonso Gatto, Storia e letteratura 2009, con Marta Bonzanini).
Ha pubblicato il volume Il mestiere di leggere, il Saggiatore 2002, sui pareri editoriali della Mondadori negli anni Cinquanta, e ha curato le raccolte di inediti e rari di Alfonso Gatto, Ballate degli anni e Il gatto in poltrona, entrambe Effigie, 2012.
Negli anni Novanta, ha collaborato con la pagina di Cultura del “Corriere del Ticino” di Lugano e, tra il 2005 e il 2007, de “il Giornale”.
Da qualche anno ha maturato una profonda coscienza sulla tematica animale, promuovendo iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e sul territorio.

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Frocio e basta

15 aprile 2016

effigie giovannetti pasolini

Carla Benedetti · Giovanni Giovannetti
Frocio e basta
Pasolini Cefis e i capitoli mancanti di Petrolio
il Regisole saggistica

Questo libro racconta il doppio depistaggio che si è dispiegato attorno all’omicidio di Pasolini: uno volto a sviare le indagini, l’altro a tenere nascosti alcuni contenuti-chiave di Petrolio, il romanzo che Pasolini stava scrivendo quando fu ucciso.
Quel brutale massacro resta perciò uno dei buchi neri nella notte repubblicana e una delle vergogne della cultura italiana, che per tanti anni ha accreditato la ricostruzione ufficiale del delitto.
Pasolini viene ucciso probabilmente per la medesima ragione del giornalista Mauro De Mauro, fatto sparire nel 1970. Erano andati entrambi troppo vicino alla verità sull’omicidio di Mattei e si preparavano a divulgarla, accusando Eugenio Cefis, successore di Mattei alla presidenza dell’Eni e presunto fondatore della P2.
Pasolini fa di Cefis un personaggio centrale di Petrolio, che incarna in modo esemplare la «mutazione antropologica della classe ominante» e l’avvento di quel nuovo Potere finanziario e multinazionale che ci ha condotti alla cattiva società di oggi, corrotta e di ceto.
Egli intendeva inserire nel cuore del romanzo alcuni discorsi di Cefis, che avrebbero raccontato con chiarezza ciò che stava accadendo in Italia.
Quei discorsi erano tra le carte di Petrolio, ma i curatori dell’edizione postuma non hanno ritenuto opportuno inserirveli.
Come l’appunto intitolato Lampi sull’Eni, forse mai scritto da Pasolini, o forse fatto sparire, anche quei discorsi sono un capitolo mancante di Petrolio, un’importante chiave di lettura che è stata occultata. Li potrete leggere in questo libro, messi in risonanza con l’altra storia d’Italia, quella coperta, e con le opere e la critica civile dell’ultimo Pasolini.

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Alessandro Mezzena Lona, “Il Piccolo” 27 giugno 2016

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a proposito di Pier Paolo Pasolini nel catalogo effigie

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Roberto Citran nei panni di Giorgio Steimetz autore di Questo è Cefis incontra Pier Paolo Pasolini, interpretato da Massimo Ranieri, nel film La macchinazione

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Carla Benedetti insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Pisa.
Tra i suoi libri, Pasolini contro Calvino (Bollati Boringhieri 1998), L’ombra lunga dell’autore (Feltrinelli, 1999), Il tradimento dei critici (Bollati Boringhieri 2002), Disumane lettere (Laterza,2011) e Oracoli che sbagliano, con Maurizio Bettini (Effigie 2016).

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Due soldati

5 aprile 2016

Mino Milani
Due soldati
il Regisole narrativa

Da ragazzo, Mino Milani ha sentito parlare della Grande guerra da un uomo che oggi, fosse vivo, avrebbe centovent’anni.
Si chiamava Carlo e di guerra non parlava volentieri.
A ventidue anni s’era trovato nell’inferno dell’Ortigara (52a divisione alpina, 12.633 tra morti, feriti e dispersi in 18 giorni di battaglia) e in tempo di trincea aveva mangiato pane e terra e respirato puzza di cadavere, prima di poter annotare sul suo diarietto, il 3 novembre 1918: «Dio, com’è grande e bella la vittoria».
Cattolico fervente era stato contrario alla guerra, ma quando gli avevano detto che era suo dovere combatterla, l’aveva combattuta, mettendocela tutta.
Scrive Mario Silvestri nel suo memorabile Isonzo 1917: «La viltà di pochi non faceva che mettere in risalto il coraggio dei moltissimi».
Quell’uomo, classe 1895, padre di Mino, nell’Italietta buonista d’oggi – che si coccola e si compiace di quei pochi – sarebbe un incompreso o forse un emarginato.
Suo figlio, oggi noto scrittore, ha scritto questo racconto pensando ai «moltissimi»: la storia di un mazziniano interventista e di un “ragazzo del ’99”.

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Due soldati e la Grande Guerra
di Luisa Voltan
Un ragazzo e un uomo, una donna e tante persone, un postino e due soldati. È dunque una storia di guerra l’ultima produzione letteraria di Mino Milani. Una storia dentro la Grande guerra, quell’avvenimento bellico a tutti noto come Prima guerra mondiale. E subito a pensare: roba di guerra, non lo leggerò. Ovvio constatare che, come in tutte le storie di guerra, anche qui, ci sono esplosioni e schegge, assordanti lamenti e odori indicibili – e qui la descrizione è semplice e al contempo terrificante. Ma in questo libro, come sempre nella scrittura di Milani, c’è molto altro: le passeggiate, prima della guerra «in un sentiero sotto gli alberi e lungo il torrente» dei ragazzi, e «abbracci, baci, naturale», prima della guerra. E le lettere che arrivano dal fronte: «il Signore mi ha tenuto la mano sulla testa e sono a scrivervi dopo che sono andato due volte all’assalto». Ci sono anche le notizie portate dal sindaco e la speranza che non bussi mai alla porta, durante la guerra. «La guerra sarebbe finita presto, no?» Inquieti i pensieri e le parole: «Entro Natale sarà finita», e poi: «ancora un anno così, e la guerra sarà finita».
I personaggi a tutto tondo non solo ci raccontano emozioni che ovviamente non vorremmo mai provare in prima persona, ma anche stimolano noi a porre domande inconsuete, noi che stiamo vivendo un tempo che appare senza guerra.
«L’idea della pace, invece, gli pareva facile e giusta», così scrive Milani del suo protagonista giovane, e gli fa dire: «Ti credevo un uomo pacifico» mentre discute col padre. Il lettore di oggi prova forse un senso d’imbarazzo all’idea di trovarsi a dover ribattere a una tale affermazione.
«Se ti richiamano e vai in guerra, vengo con te!» dice una ragazza, sorridendo: come reagirebbe a cotante parole d’amore un ragazzo di oggi?
Ma la guerra «tira vecchi tutti, anche quelli che non la combattono», la guerra è potente, la guerra tira a prendere una parte, fino a far dire: «No. Niente mangiare. Sapete che cosa dovete fare, voi due? No? allora ve lo dico io. Tornare indietro, dove il pane ve lo davano». Così inveisce la zia del ragazzo, al cospetto di due disertori, e rincara la dose: «Andare in Veneto, al vostro posto. Questo dovete fare. Via di qui!»
La grana del racconto è densa di quell’umore che è memoria raccolta in prima persona. L’invenzione sta nei passi dei protagonisti, ma il senso di ognuno di loro è travasato da quelle parole reali ascoltate dal giovane Guglielmo, non ancora scrittore. Un uomo del 1895, suo padre, anche se di guerra non parlava volentieri, riuscì a trasmettergli l’atmosfera di ciò che aveva vissuto in prima persona. Si chiamava Carlo, a ventidue anni s’era trovato nell’inferno dell’Ortigara, aveva mangiato pane e terra e respirato gli odori della trincea. Cattolico fervente era stato contrario alla guerra, ma quando gli avevano detto che era suo dovere combatterla, l’aveva combattuta, «per finire il lavoro dei nostri vecchi. Loro hanno cominciato a mettere insieme l’Italia e noi la finiremo», per dirla con le parole che Milani usa nel racconto. E ancora una volta c’è un pensiero da comprendere, c’é un’idea da rimuginare in questo piccolo libro.
Ma come va a finire? Il 3 novembre 1918, Carlo Milani annotò sul suo diario: «Dio, com’è grande e bella la vittoria». Nella narrazione di Mino Milani, prima della fine, c’è la battaglia, ci sono i soldati e gli ufficiali, ci sono le armi, c’è la morte. Nei luoghi in cui anche l’algido Hemingway provò l’esperienza bellica, siamo travolti con i soldati da polveri e odori, dolori e speranze; ascoltiamo con loro terribili ordini di morte: «E quando ordino “Fuoco”, voi sparate! Sparate».
Non lontani i tempi in cui il generale Garibaldi, tanto conosciuto quanto amato da Milani, ordinava ai propri soldati di far fuoco, non prima di avere il nemico vicino, non prima di aver visto il bianco dei suoi occhi. Qui invece l’ufficiale è perentorio: «Non pensate di sparare a qualcuno: sparate e basta!».
Fra queste righe, prima della fine, leggiamo altrettanto terribili parole di consolazione: «Avrebbe anche pianto, non fosse stato un ufficiale. Aveva un gran sonno. Non voleva dormire. Accese una candela, trasse dal suo zaino un quadernetto, con una matita copiativa cominciò a scrivere…»
Ma come va a finire? «Anche se le guerre non servono a nulla, i soldati le devono fare», dice a se stesso il ragazzo. Il libro finisce e si ricomincia a pensare.

Mino Milani: La guerra non serve a nulla ma i soldati meritano rispetto
Il primo conflitto mondiale nell’ultimo lavoro che sarà in libreria da giovedì. Storia di un giovane contrario alla violenza che si batte perché è il suo dovere
di Filiberto Mayda
Ci sono la Grande Guerra con i suoi morti, con gli atti di eroismo, le lacrime, il cameratismo; una piccola, delicata ma robusta storia d’amore; la dolorosa incomprensione tra padre e figlio; un bel pezzo di storia del nostro Paese con tutte le contraddizioni forse ancora oggi irrisolte. Eppure l’ultimo libro di Mino Milani, orgoglioso ottantottenne scrittore, si legge tutto d’un fiato con le sue cento, dense pagine. Il titolo Due soldati” (edizioni Effige, 100 pagine, 12 euro), in libreria da giovedì richiama da un lato la storia stessa, dall’altra ricorda che Milani fu soldato e soldato fu suo padre Carlo a cui è dedicato il lungo racconto. Un testo in cui Mino Milani, senza forzare la retorica, lascia spazio ai gesti coraggiosi, alle scelte difficili, senza aver paura di far dire con fierezza a un diciottenne fino a quel momento contrario alla guerra che lui «era figlio di un soldato».
Mino Milani, è il primo libro non ambientato a Pavia. Anzi, tutto inizia in un non meglio specificato «paese abbastanza grosso tra la fonda campagna e la città». Come mai questascelta?
Perché questa volta volevo sì raccontare una storia, che è quello che mi piace fare, ma anche ribadire che non si deve confondere la guerra con i soldati, il male della guerra, spesso inevitabile, con chi è costretto o sceglie di combatterla. Come scrivo nel libro, «anche se le guerre non servono a nulla, i soldati le devono fare». E’ stato così per mio padre Carlo, così è stato per me. Era un cattolico tosto, mio padre, era contrario all’intervento, ma quando fu chiamato disse: vado, è mio dovere. Ecco, vorrei che per le persone come lui, che sono morte o l’hanno scampata combattendo in guerra, ci fosse rispetto, rispetto per la scelta che hanno fatto.
L’Intero racconto è pervaso, se possiamo dire così, di semplicità e chiarezza. Pur essendoci diverse storie che in qualche modo si intrecciano, alla fine prevale la linearità della narrazione.
La mia intenzione era proprio questa: raccontare la vicenda di un giovane uomo che, fedele ai suoi ideali, va a combattere, anche eroicamente, la guerra che certamente non voleva. Una scelta, prima contrastata dal figlio adottivo, poi compresa.
Nel raccontare le battaglia, ha parole dure per fi generale Cadorna, lo liquida, di fatto, con questa frase: «A guidare nostri soldati erano comandanti che valevano poco».
Mio padre non lo sopportava. A soli ventidue anni aveva combattuto nell’inferno dell’Ortigara (oltre 12mila morti e feriti in 18 giorni di battaglia su quelle montagne del Veneto) e sapeva bene di cosa parlava. Ricordo che anni fa venne qui il nipote di Cadorna, in un incontro in cui c’ero anch’io. Mi fu chiesta un’opinione, io dissi che mio padre si rabbuiava quando si parlava di Cadorna. Il nipote la prese male, lessi il suo labiale e non ebbe belle parole per me. Ma i fatti sono i fatti, i nostri soldati furono mandati al macello.
Italiani coraggiosi, nella Grande Guerra, ma che disperazione, che tragedie.
Terribili, ma quando la guerra arriva bisogna combatterla. Anche se poi lascia segni profondi, anche nella storia. Vede, ho sempre sostenuto che gli italiani non siano riusciti ad opporsi al fascismo perché, potremmo dire, il meglio della gioventù morì nelle trincee e non ci furono le forze, anche intellettuali, di dare alternative. E poi, se possibile, ci sono guerre peggiori delle altre. Lo compresi con chiarezza quando, molto tempo fa, conobbi una famiglia spagnola e mi raccontarono gli orrori della guerra civile. Ecco, quando si combatte tra connazionali credo che sia davvero terribile, e spesso il peggio degli uomini viene fuori in queste situazioni. Penso, ad esempio, alla guerra contro il brigantaggio: ci furono delle tali violenze, da una parte e dall’altra… Ecco, italiani contro italiani, davvero orribile.
Come fu il periodo della Repubblicadi Salò?
Ne scrissi in un libro. Approfondii quella fase della storia negli ultimi anni Cinquanta.All’epoca scrivevo per il “Corriere dell’Informazione” e lavoravo alla Biblioteca Bonetta, a Pavia. Ricordo che fui contattato dalla sorella di Umberto Ceva, martire della Resistenza originario di Pavia che morì in carcere. Lei aveva ottenuto una borsa di studio per una ricerca sulla Resistenza in Oltrepo e io l’aiutai. Ho così potuto conoscere bene quella fase della nostra storia, incontrando personaggi come Italo Pietra, Domenica Mezzadra e altri ancora. Ci furono persone eccezionali, ma anche delinquenti, da una parte e dall’altra.
Questo suo libro, dunque, è anche una testimonianza del coraggio degli italiani.
Sì, credo e sono convinto che gli italiani siano sempre stati migliori di come ci hanno voluti dipingere e di come, purtroppo, ci dipingiamo noi stessi. Ho cercato, con semplicità, di dare un mio contributo per ricordare il coraggio di tanti connazionali.
“La Provincia Pavese”, 17 maggio 2016

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Io e Tu

5 aprile 2016

Cesare Vitali
Io e Tu
il Regisole memorie

Un’inossidabile storia d’amore.
Musica, libri, viaggi e teatri.
Una storia forse regolare, forse coraggiosa.
Io e Tu sono ragazzi negli anni Settanta.
Il loro è un meraviglioso colpo di fulmine, e non si attenuano col tempo complicità, affetto e passione.
Dopo quasi quarant’anni un altro fulmine di altra e diversa natura: «Loris se ne va con la leggerezza di un soffio di vento».
L’impellenza di elaborare il lutto, la necessità di trattenere il ricordo, porta il suo compagno a ripercorrere i tanti avvenimenti a cavallo del secolo.
Cesare Vitali racconta in primis a se stesso, la vita di questa – forse straordinaria – coppia omosessuale, accompagnando il lettore con aneddoti dal loggione della Scala o da spiagge tropicali, ma anche dal divano di casa.
Testimoniando di incontri amicali o di impegno civile, ci porta a nuove e più ampie riflessioni sul significato dell’essere umani.

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Cesare Vitali (Pavia 1948, a destra nella foto)
è insegnante di lettere, e appassionato di teatro.
Io e tu è il suo primo libro.

Qui è con Loris Della Mariga, suo compagno di una vita.

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Pensiero corsaro

5 aprile 2016

Gianna D’Agostino
Pensiero corsaro
Una biopolitica dell’esistenza
il Regisole saggistica

Di quale corpo ha bisogno la società oggi?
Sia Pier Paolo Pasolini che Michel Foucault si interrogano, nell’allora nascente società dei consumi, riguardo all’azione del potere sui corpi. Entrambi intuiscono l’importanza dell’economia politica come agente di trasformazione della vita umana: l’uno studiando quella che battezza «biopolitica», l’altro dedicando il proprio impegno giornalistico ad indagare la «mutazione antropologica» in corso. Se la vita umana, intesa sia come esistenza biologica che culturale, diventa posta in gioco politica, è proprio sul terreno della vita che è possibile esercitare la critica.
Questo libro ripercorre la polemica che Pasolini ingaggiò col proprio tempo, prendendo in esame una costellazione di testi – interventi e saggi critici, lungometraggi e interviste, opere letterarie e teatrali – che si susseguono fin dalla prima metà degli anni Sessanta.
Pensiero corsaro definisce il gesto etico dell’ultimo Pasolini: additare le contraddizioni di un potere che si applica all’intera esistenza umana, ridefinendo i confini di vita e morte.
La peculiare combinazione di pensiero e poesia che caratterizza la produzione pasoliniana si configura così come una biopolitica dell’esistenza, in quanto pone alla radice della critica la forma di un’esistenza: un’esperienza squisitamente personale e parziale della realtà, vissuta nel corpo, attraverso i sensi, in virtù delle proprie capacità interpretative.

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Gianna D’Agostino (1985), si è laureata in lettere all’Università di Pisa. Si occupa di letteratura italiana contemporanea e filosofia politica. Ha pubblicato recensioni e articoli in riviste e volumi collettivi.

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Giocare a mangiarsi

17 settembre 2015

Giocare a mangiarsi, in quanto oggetto verbale e cosa scritta di carattere anomalo, reclama il diritto giudizioso e novecentesco a una tal quale libertà ortografica, svincolata da ogni norma coercitiva arbitrariamente impostasi nell’era della semplificazione e della omologazione.

Mariano Bargellini
Giocare a mangiarsi
a cura di Roberta Salardi
il Regisole narrativa

Un mondo invaso dagli insetti come in un’antica maledizione biblica. Insetti però, questa volta, non prodotti dalla natura ma fuoriusciti dagli schermi dei nostri computer: avatar virtuali, digitali, di un videogioco all’ultima moda dal titolo emblematico Giocare a mangiarsi. Il romanzo procede a quadri accostati di una precisione e di un nitore talvolta ossessivi, accompagnati dal monologo sbigottito e comico ininterrotto: dal vano declamato interrogarsi della voce narrante, ora uomo ora cavalletta.
Il narratore assiste infatti, oltre che a episodi separati, alla propria graduale metamorfosi da uomo in insetto. La contaminazione fra mondo umano e mondo degli insetti, prima della totale scomparsa del primo, offre scene di grande suggestione come la comparsa a uno show televisivo della ragazza-cicala, uscita dal bisturi di una chirurgia estetica d’eccellenza, l’improvvisa metamorfosi di un celebre uomo di spettacolo in un piccolo onisco, che rotola buffamente fuori scena, la verve dialettica e sofistica contenuta nel dialogo fra una cimice decapitata, ex art director, e la cavalletta scrittrice sul tema della potenza distruttiva o creativa della pubblicità.
Non mancano argomenti e motivi degni di un paradossologo. Fino all’apocalisse finale del videogioco e forse della vita e forse del mondo.
Di fronte alla progressiva trasformazione degli esseri umani in automi (entomati automati) l’autore costruisce una fortezza di parole, un’opera letteraria ad alta densità espressiva: è il suo contributo all’ultima difesa del mondo umano.

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Mariano Bargellini (Torino 1936), narratore e prosatore, ha pubblicato Mus utopicus (Gallino editore, 2000, Premio Bagutta opera prima ex aequo con Giovanni Chiara), Del simulacro perso nei sogni (Marietti, 2004), La Setta degli Uccelli (Corbo editore, 2010).

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