Posts Tagged ‘i libri di effigie’

Ventriloquio della crisi

23 dicembre 2016

gennaio 2017

Roberta Salardi
Ventriloquio della crisi
il Regisole narrativa
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La voce narrante di una vecchietta arteriosclerotica racconta in un flusso quasi inarrestabile a un coro di pensionati ascoltatori e commentatori le alterne vicende di figli e nipoti fra squarci umoristici e visioni drammatiche dell’Italia di questi anni.
Ne risulta un confronto con la storia del presente espresso in un linguaggio teso come un elastico, pieno di contorsioni, lapsus, trasgressioni, improvvisi abbassamenti e innalzamenti di senso, con continui slittamenti di piano dalla narrazione della vita vissuta al discorso mediatico che l’avvolge e stravolge, restandone a sua volta variamente rimasticato e triturato.

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Il vampiro

24 ottobre 2016

Mino Milani
Il vampiro di piazza Cavagneria
e
La ricamatrice di Porta Salara
gli economici

La povera signorina Amalia era morta in quel letto, nelle lenzuola ricamate, tra i suoi adorati pizzi. Là s’era contorta sotto lo spasimo, urlando, per poi irrigidirsi ad arco, testa e piedi puntati sul letto, gli occhi sbarrati, respirando con fatica sempre crescente, sempre più atroce, cercando aria, fino a non trovarne più e morire.

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Questi due racconti di Mino Milani, Il vampiro e La ricamatrice, negli anni Ottanta aprirono la strada a quel noir storico che poi ha preso piede anche in Italia. Storico appassionato, cultore di Garibaldi e del Risorgimento, Milani integra l’accurato affresco di una città lombarda di metà Ottocento sotto il dominio austriaco con un’irriducibile curiosità “romantica” per i battitori solitari, cui lo stesso commissario Melchiorre Ferrari, ma anche la Marescialla e Ofelia, sono esemplari a tutto tondo.
Senza nessun compiacimento e, anzi, in un linguaggio asciutto che gli viene dagli amatissimi Conrad e London, Milani spinge con risoluta discrezione il commissario Ferrari sulla scena criminale.
Nel Vampiro, intrecciando la cronaca al mito transilvano, ricompone i probabili retroscena dell’ultima esecuzione di un militare austriaco avvenuta a Pavia in tempo di pace. Nella Ricamatrice, invece, il commissario Ferrari indaga sulla morte per tetano del vecchio colonnello Fraschetti – una figura bizzarra, prigioniera del mito napoleonico dopo la caduta dell’imperatore – e di sua sorella Amalia.
Partendo da documenti dell’epoca interpretati con la consueta acribia, Milani descrive la vita quotidiana di quei tempi e la popola di gente viva.
Funzionari asburgici, professori universitari, soldati austriaci, preti, popolani, prostitute sono i personaggi di due “gialli d’autore” in una città ottocentesca quieta, silenziosa, velata di nebbia e di mistero.

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L’Imperial Regio commissario Melchiorre Ferrari
Un’altra sconfitta Ferrari
L’annegata di Borgobasso
Il castello
Come fu
La donna che non c’era
Dopo trent’anni
Storia ingrata
Il vampiro

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Mino Milani nel catalogo effigie

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Ultimo piano senza ascensore

24 ottobre 2016

Toni Fachini
Ultimo piano senza ascensore
gli economici
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Il tempo della luce

24 ottobre 2016

Dario Voltolini
Il tempo della luce
Narrazioni sull’infinito
gli economici
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Il Petrolio delle stragi

24 ottobre 2016

Gianni D’Elia
Il Petrolio delle stragi
Postille a L’eresia di Pasolini
gli economici
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Azzurra nostalgia

24 settembre 2016

In questa ribellione c’è qualcosa che proprio non va; che non convince. E poi io non mi sento per niente ribelle. Anzi, in fondo sono molto reazionario.

Lucio Mastronardi

Adriano C. Ballone
Azzurra nostalgia
Lucio Mastronardi e gli altri di Vigevano
Saggi e documenti

Lucio Mastronardi fa il maestro elementare e lo scrittore di romanzi diventati cult oggi (ad esempio Il maestro di Vigevano) e Vito Pallavicini scrive canzonette che ancora cantiamo e che riempiono la pubblicità (Azzurro ad esempio).
Che hanno a che spartire questi due? Forse nulla. Forse molto. In comune hanno la stessa città di origine, quella Vigevano, città di provincia allora ignota ai più, che per alcune fortunate circostanze diventa, come dice Giorgio Bocca, una «città campione»: quella città la vivono nelle stesse strade e negli stessi bar. E negli stessi anni: tra la fine della guerra e la fine dei Settanta, anni nei quali l’Italia, “miracolosamente” (ma in verità per merito della sua gente), esce all’improvviso dal suo “medioevo” e si proietta in un futuro post-capitalistico: si passa dalla bici all’auto, dalla matita alla biro, dalla latrina nel cortile al bagno vicino alla cucina.
È così veloce il cambiamento che pochi hanno tempo e modo di comprendere cosa stia succedendo: Vito, nel suo piccolo, il cambiamento lo provoca, lo colora; Lucio, nel suo piccolo, lo studia, lo interroga, trova la parole giuste per raccontarlo.
Oggi ci aiutano a capire cosa significhi «cambiamento » e con quale malessere tutti quanti lo viviamo, allora e oggi: di molte parole siamo debitori nei loro riguardi.
Attraverso uno scavo rigoroso sulle fonti e tra le memorie, Adriano C. Ballone ha indagato in quella trasformazione da un angolo visuale del tutto nuovo: usando la biografia di due nomi illustri, nemici-amici, ci restituisce con un linguaggio rapido e intenso il romanzo, l’affresco di una stagione vivace, quasi caotica, prudente e permalosa eppure vitale, dentro a un periodo storico dal quale ancora traiamo linfa e suggestioni e che, di tanto in tanto, torna con il sapore di un’intensa, mastronardiana, nostalgia. Che spesso si tinge d’azzurro, come nelle canzoni di Vito.

In copertina Lucio Mastronardi in riva al Ticino (foto Farabola)

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Adriano Ballone ospite a Fahrenheit radio3

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Adriano C. Ballone(Cassolnovo, 1948) è uno storico e si è interessato di biografie operaie, storie di comunità e storie di giovani dentro l’istituzione scolastica. Da ultimo si è dedicato a biografie di uomini ai “confini” (Guido Quazza, storico politico; Teobaldo Fenoglio, amministratore comunista ed ecologista; Sergio Garavini, figlio di industriale e sindacalista; ecc.). Dopo aver lavorato a lungo a Roma, oggi vive a Torino.

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Repubblica nomade

24 settembre 2016

Questi non sono solo cammini orizzontali
sono anche cammini verticali

Antonio Moresco
Repubblica nomade
i Fiammiferi

Apro il quaderno e mi metto a scrivere queste rapide note, seduto per terra, nella breve sosta.
Faccio in tempo a leggere anche una pagina dell’Anabasi.
Giornata ventosa e splendida.
Abbiamo trovato un paio di alberi e ci siamo fermati alla loro ombra.
Ci sono molti calzini rovesciati, messi ad asciugare e a scaldare al sole, per evitare o ritardare le vesciche ai piedi.
Le grandi nuvole nere stanno diventando bianche e si spostano velocemente nel cielo.
Tutt’intorno grandi contrafforti rocciosi simili a meteoriti precipitati, prati intensamente viola e campi di grano mossi come onde dal forte vento.
Un ragazzo africano che non dice una parola, torvo, impietrito, si limita a far vedere a una camminatrice, sul suo cellulare, un breve video terribile che deve avere girato di persona, di sgozzamenti e sbudellamenti, per farci capire da dove è fuggito.

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Antonio Moresco (Mantova, 1947) è uno dei più importanti e originali scrittori italiani. Della sua vasta opera romanzesca, saggistica e teatrale, ricordiamo almeno Lettere a nessuno, Gli esordi, Canti del caos, Gli increati. Presso Effigie ha pubblicato Zio Demostene (2005), Merda e luce (2007), Zingari di merda (2008), La parete di luce (2011), Scritti insurrezionali (2014).

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Un dialogo infinito

16 novembre 2015

Molti si compiacciono di rendere il loro dialogo un monologo. Io vorrei poter fare del mio stesso monologo un dialogo.

Massimo Rizzante
Un dialogo infinito
Note in margine a un massacro
Saggi e documenti

Octavio Paz ha detto una volta: «Ho scritto e scrivo perché intendo la letteratura come un dialogo con il mondo, con il lettore e con me stesso – e il dialogo è tutto il contrario del rumore che ci nega e del silenzio che ci ignora. Ho sempre pensato che il poeta non è solo colui che parla, ma colui che ascolta».
La parola scritta, infatti, è un bambino che dorme e soltanto quando si dialoga il bambino riapre gli occhi.
Che cosa può fare la critica letteraria se non aprire gli occhi sul mondo e dialogare con le opere?
Negli ultimi vent’anni Rizzante è stato in molti luoghi e ha scritto su autori di molti paesi, dall’Islanda all’Africa settentrionale, dall’America Latina all’Europa centrale, dal Giappone alla Grecia.
Nel libro il lettore potrà vagabondare liberamente tra le opere di Saramago, Fuentes, Kundera, Oe, Goytisolo, Bergsson – che l’autore ha incontrato e con cui ha dialogato –, o fermarsi ad ascoltare le voci più lontane ma sempre presenti di Kafka, Nabokov, Eliade, Andri, o di poeti tanto dimenticati quanto essenziali come Oscar V. de Lubicz Milosz, Lamborghini, Crnjanski, Kachtitsis…
Oggi, secondo Rizzante, non basta concepire la storia della letteratura in modo sovranazionale. Bisogna tener conto dell’albero genealogico che ogni artista fa crescere e ramificare dalla sua opera e dalla sua immaginazione.
Soltanto così la Storia e la storia della letteratura ci saranno restituite in modo non solo più legittimo, ma più profondo.

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La mia Praga e i russi che ora non odio più [repubblica.it/cultura]
Massimo Rizzante in dialogo con Milan Kundera che racconta i suoi esordi, le curiosità e l’eredità del comunismo.

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Massimo Rizzante (1963) è poeta, saggista, traduttore.
Ha fatto parte dal 1992 al 1997 del Seminario sul Romanzo Europeo diretto a Parigi da Milan Kundera.
Insegna all’Università di Trento.
Ha pubblicato le raccolte di poesia Lettere d’amore e altre rovine (Biblioteca Cominiana, 1999), Nessuno (Manni, 2007) e Scuola di calore (Effigie, 2013).
Tra i lavori saggistici ricordiamo L’albero. Saggi sul romanzo (Marsilio, 2007) e Non siamo gli ultimi, vincitore del Premio Dedalus (Effigie, 2009). Per Adelphi ha tradotto Il sipario (2005), Un incontro (2008) e La festa dell’insignificanza di Milan Kundera.
Ha curato: l’antologia poetica di O. V. de L. Milosz, Sinfonia di novembre e altre poesie (2008); M. Crnjanski, Lamento per Belgrado (Ponte del Sale, 2010); la nuova edizione dei Sonnambuli di H. Broch (Mimesis, 2010); Scuola del mondo. Nove saggi sul romanzo del XX secolo (Quodlibet, 2012); N. Kachtitsis, Punto vulnerabile (La Camera Verde, 2012); O. Lamborghini, Il dottor Hartz e altre poesie (Scheiwiller Libri, 2012); J. Goytisolo, Esiliato di qua e di là (Mimesis, 2014); T. G. Pavel, Le vite del romanzo (Mimesis, 2015).

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L’eresia di Pasolini

3 settembre 2015

Gianni D’Elia
L’eresia di Pasolini
L’avanguardia della tradizione dopo Leopardi
gli economici
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La dolce insolenza e la disperata vitalità di un autore diverso, eretico, luterano e corsaro: Pier Paolo Pasolini, perseguitato in vita e apparentemente scandaloso nella morte, quando invece il vero scandalo è stato quello “politico”, di chi lo ha fatto impunemente uccidere. Forse le radici del delitto vanno rintracciate nell’incompiuto Petrolio, una lucida denuncia dell’intreccio corrotto tra servizi segreti di Stato, grande industria pubblica e mafia. Profeta indifeso, disilluso e incivile, perché quella era l’unica forma possibile di coscienza civile, Pasolini si è esibito come testimone autentico dell’epoca in cui viveva, sapendo di dovere pagare di persona. Questo scrittore scomodo si può rimuovere, svilire, calunniare. L’hanno fatto, quando era vivo, l’avanguardia e l’accademia e qualcuno ci riprova. Gianni D’Elia fa rivivere invece Pasolini nella sua altissima integrità: il poeta dialettale e «poematico» in lingua, il saggista, il narratore e l’autore del «teatro di parola» e del «cinema di realtà». Gli ampi reperti di questa rilettura “totale” mirano soprattutto a distruggere l’opera di restaurazione o epurazione in atto. Si assiste così con gioia a una rivisitazione appassionata di testi e idee, accompagnata da una puntuale iconografia del nini muàrt. Perché Pasolini è stato, come pochi autori del Novecento, una vera «avanguardia della tradizione».

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Gianni D’Elia è nato a Pesaro nel 1953. Presso Einaudi, nella “Collezione di poesia” ha pubblicato: Segreta 1986-1987 (1989 e 1995), Notte privata (1993), Congedo della vecchia Olivetti (1996), Sulla riva dell’epoca (2000), Bassa stagione (2003), Trovatori (2007) e Trentennio. Versi scelti e inediti 1977-2007 (2010). Per la collana Einaudi “Scrittori tradotti da scrittori”, ha tradotto I nutrimenti terrestri di André Gide (1994) e Lo Spleen di Parigi di Baudelaire (1997). Da Effigie sono usciti tre saggi: L’eresia di Pasolini (2005), Il Petrolio delle stragi (2006) e Riscritti corsari (2008), che comprende anche una sezione di epigrammi politici.

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a proposito di Pier Paolo Pasolini nel catalogo effigie

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effigie dieci

26 febbraio 2014

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dieci anni di libri effigie

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